Quasi un adulto su quattro in Italia assiste un familiare. Molti però non si riconoscono come caregiver e non chiedono aiuto. Secondo FamKare, per le imprese il passo decisivo non è offrire più servizi, ma renderli davvero accessibili.
In Italia circa 12,3 milioni di adulti prestano aiuto informale e gratuito a familiari o persone con problemi di salute. Sono il 24,9% della popolazione adulta, quasi uno su quattro, secondo i dati Istat relativi al 2024 e pubblicati a luglio 2026. Molti di loro lavorano. Eppure il caregiver resta spesso invisibile proprio dove passa gran parte della giornata: in azienda.
È da qui che parte FamKare, ecosistema di servizi per l’assistenza agli anziani e il supporto alle famiglie. Il messaggio alle imprese è netto: non basta mettere a disposizione servizi di welfare. Serve invece una cultura organizzativa capace di riconoscere chi si prende cura di un familiare, intercettarne i bisogni e rendere il sostegno realmente accessibile.
Il caregiver che lavora: cosa dicono i numeri
Le ricadute sul lavoro emergono anche dalla rilevazione di FamKare, condotta dal 5 al 31 agosto 2026 su 702 caregiver ed ex caregiver di persone con demenza. Il 26,4% dei partecipanti indica il lavoro tra gli ambiti sacrificati per la cura. Inoltre la quota sale al 34,3% tra chi ha fra i 45 e i 64 anni.
Si tratta, però, di un’indagine online volontaria e non probabilistica. Descrive quindi il campione coinvolto, non l’intera popolazione italiana. Il segnale resta comunque chiaro: l’assistenza può incidere sulle scelte professionali e sulla continuità lavorativa.
Lo conferma anche il rapporto Il valore sociale del caregiver, presentato dal CNEL nel marzo 2026. Il documento richiama una rilevazione Censis–Assindatcolf del 2025. Secondo questi dati, l’89,2% delle persone con responsabilità di cura ritiene che la cura limiti il tempo per il lavoro o per altre attività personali. Tra le donne, la percentuale arriva al 93,4%.
Il divario di genere torna anche nei dati Istat sull’aiuto informale. Tra i 55 e i 64 anni, infatti, presta aiuto il 46,3% delle donne, contro il 33,8% degli uomini. La cura arriva così in una fase della vita professionale in cui si consolidano competenze, ruoli e prospettive di carriera.
Welfare per i caregiver: servizi disponibili, ma poco raggiunti
Sul fronte aziendale qualcosa si muove. L’indagine dell’Osservatorio Italian Welfare presentata nel 2025 rileva che oltre il 30% delle imprese, soprattutto medio-grandi, ha introdotto misure specifiche per i caregiver. Nel welfare contrattuale, tuttavia, i servizi dedicati coinvolgono il 3,7% dei lavoratori.
Il nodo, dunque, non è soltanto la disponibilità dei servizi. Conta anche la possibilità concreta di accedervi. Chi assiste un genitore o un familiare fragile può non riconoscersi come caregiver. Altre volte non sa a chi rivolgersi, oppure teme che condividere la propria situazione abbia conseguenze professionali. In questi casi anche un welfare già esistente rischia di non intercettare chi ne avrebbe bisogno.
«Non possiamo chiedere al caregiver di essere più organizzato o resiliente se intorno a lui manca un sistema di supporto e una cultura capace di riconoscere il carico della cura», afferma Chiara Bianconi, cofondatrice di FamKare e Family Coach. «Il primo passo è riconoscere questo carico e fare in modo che le persone possano chiedere aiuto prima di arrivare allo stremo. Serve un cambio di prospettiva: il caregiver non può essere l’unico responsabile dell’organizzazione dell’assistenza».
Quando il bisogno del caregiver diventa un’emergenza
Il rischio maggiore è arrivare tardi. Bianconi lo vede ogni giorno negli sportelli che FamKare tiene nelle aziende.
«Negli sportelli di orientamento che svolgiamo in azienda incontriamo persone che non si riconoscono nemmeno come caregiver», racconta Bianconi. «Altre hanno difficoltà a individuare le agevolazioni disponibili o a capire a chi rivolgersi. Quando il bisogno emerge, può essere già diventato un’emergenza e le decisioni vengono prese in fretta: una riduzione dell’orario non pianificata, a volte anche le dimissioni. È una situazione difficile per la persona e può esserlo anche per l’organizzazione».
Cultura della cura: cosa possono fare le aziende
Rendere il sostegno accessibile, per le imprese, ha un significato molto pratico. Secondo FamKare vuol dire:
- comunicare con chiarezza le risorse disponibili;
- facilitare l’orientamento tra servizi e agevolazioni;
- formare HR e responsabili a riconoscere le difficoltà legate alla cura;
- garantire riservatezza nella gestione delle richieste;
- costruire un ambiente in cui parlare di una responsabilità familiare non sia letto come scarsa disponibilità professionale.
Non si tratta però di delegare alle imprese la gestione dell’assistenza. L’obiettivo, piuttosto, è aiutare le persone a individuare e attivare le risorse più adatte. E farlo senza sostituirsi alle famiglie, ai professionisti o ai servizi territoriali.
«Per anni le aziende hanno sviluppato strumenti per sostenere la genitorialità. Oggi è importante estendere questa attenzione anche a chi assiste un genitore anziano o un familiare non autosufficiente», osserva Bianconi. «La cura non dovrebbe costringere una persona a scegliere tra il lavoro e la famiglia. Le aziende possono contribuire a rendere questa responsabilità più sostenibile, insieme alle famiglie, ai servizi territoriali e alle istituzioni».
Dall’ascolto al progetto di cura: il percorso per il caregiver
Dal confronto con aziende e lavoratori, FamKare rileva un interesse crescente per forme di supporto più strutturate. Lo osserva anche attraverso iniziative di ascolto e sensibilizzazione come la Settimana del Caregiver Felice. Una vera cultura aziendale della cura, tuttavia, è ancora lontana.
I lavoratori accolgono bene queste iniziative per un motivo preciso. Danno spazio infatti non solo alle difficoltà pratiche, ma anche al carico emotivo che le accompagna. Ed è spesso proprio questo che il caregiver fatica a trovare, accanto a un aiuto concreto.
In questa direzione si colloca Lavoro & Cura – Caregiver Wellbeing, il percorso di FamKare rivolto ad aziende e piattaforme di welfare. Il programma accompagna i lavoratori nell’analisi dei bisogni e nell’orientamento verso servizi e agevolazioni. Inoltre li aiuta a costruire una rete assistenziale sostenibile.
Al centro c’è il Family Coach. Questa figura affianca il caregiver nelle necessità pratiche e organizzative, ma anche nelle difficoltà emotive e relazionali. Lo scopo è definire un progetto di cura compatibile con le responsabilità familiari e professionali della persona.
Il tema è stato anche al centro dello speech Il caregiver invisibile: dalla consapevolezza al progetto di cura. Chiara Bianconi lo ha tenuto il 21 ottobre 2026 al Wellbeing Happiness Forum, promosso da EFI per i professionisti delle risorse umane, del welfare e del benessere organizzativo.
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Ottobre 26, 2026