22 Ottobre2026

Full remote come welfare: XForma e i talenti che tornano al Sud

matteo perrucci

Per Matteo Perrucci, cofondatore di XForma, il full remote non è solo un modo di organizzare il lavoro: è una misura di welfare. Restituisce tempo, permette di scegliere dove vivere e può aiutare il Mezzogiorno a non perdere i suoi talenti.

Niente sede, niente pendolarismo, niente trasloco obbligato in una grande città. In XForma tutto il team lavora in full remote, e i fondatori lo considerano uno strumento di welfare a tutti gli effetti, accanto ai buoni pasto e all’assicurazione sanitaria integrativa.

La scelta, del resto, nasce da un’esperienza personale. Matteo Perrucci e il socio Orazio Laera hanno dovuto trasferirsi a Milano per costruire la loro azienda. Oggi, invece, XForma permette ai collaboratori di fare il percorso inverso: per esempio, tornare a Taranto dopo anni all’estero senza rinunciare alla carriera.

Il tema tocca da vicino il Mezzogiorno, che continua a perdere giovani laureati, come documentano da anni i rapporti della SVIMEZ. Inoltre interroga tutte le imprese che ragionano di welfare: libertà geografica, rischio di isolamento, senso di appartenenza senza un ufficio. Ne abbiamo parlato con Perrucci.

Full remote come welfare: tempo, affetti e libertà di scegliere

Lei definisce la libertà geografica «uno strumento concreto di welfare». Cosa cambia, in pratica, nella vita dei vostri collaboratori?

Il welfare non riguarda soltanto i benefit economici ma anche la possibilità di migliorare concretamente la qualità della vita delle persone. In XForma abbiamo scelto di adottare un modello completamente da remoto perché riteniamo che il talento non debba essere vincolato a un luogo geografico.

Per i nostri collaboratori significa poter scegliere dove vivere, restare vicini ai propri affetti, evitare ore di spostamenti quotidiani e recuperare tempo da dedicare alla famiglia e ai propri interessi. Significa anche non dover necessariamente sostenere i costi di una grande città per accedere a opportunità professionali interessanti.

Dal punto di vista imprenditoriale, questa scelta rappresenta anche un vantaggio competitivo: possiamo individuare i professionisti più adatti alla nostra azienda senza limitarci a quelli che vivono vicino a una sede fisica. Credo che il vero progresso sia permettere ai talenti e ai professionisti di costruire una carriera ambiziosa senza dover rinunciare alla vita che desiderano.

Da Barcellona a Taranto senza rinunciare alla carriera

Ci può raccontare la storia di qualcuno del team che, grazie a questo modello, è tornato a vivere al Sud o in Italia senza rinunciare alla carriera?

È un tema che sento particolarmente vicino, perché io e il mio socio Orazio Laera abbiamo vissuto in prima persona la necessità di trasferirci a Milano per trovare maggiori opportunità professionali e costruire la nostra azienda. Anche per questo, quando abbiamo fondato XForma, abbiamo deciso di adottare un modello organizzativo diverso.

Un esempio concreto è quello di Francesco, un nostro collaboratore originario di Taranto, che nel 2014 si è trasferito a Barcellona per sviluppare il proprio percorso professionale. Durante i sette anni trascorsi in Spagna ha lavorato per diverse aziende, tra cui una realtà tecnologica internazionale. Ha avuto l’opportunità di confrontarsi con professionisti di diverse nazionalità, acquisire nuove competenze e maturare un’esperienza di respiro internazionale.

Con il passare degli anni, però, le sue priorità sono cambiate. Francesco desiderava tornare nella sua Taranto per stare vicino ai genitori e vedere crescere i propri nipoti. Il problema era che sul territorio non riusciva a trovare opportunità lavorative all’altezza delle sue competenze e ambizioni professionali.

L’incontro con XForma gli ha permesso di superare questo ostacolo: continuare a crescere professionalmente, valorizzare l’esperienza maturata all’estero e contribuire allo sviluppo della nostra azienda, vivendo vicino alla propria famiglia.

Per me questa è una delle soddisfazioni più grandi come imprenditore: aver costruito un’azienda capace di offrire ad altre persone opportunità per le quali noi stessi, in passato, abbiamo dovuto trasferirci.

I rischi del full remote: isolamento e difficoltà a staccare

Lavorare in full remote ha anche dei rischi: isolamento, confini sfumati tra vita privata e lavoro, difficoltà a staccare. Come li gestite?

Il full remote offre grandi opportunità, ma richiede un’organizzazione del lavoro consapevole. Non basta permettere alle persone di lavorare da casa: bisogna costruire un modello aziendale pensato per funzionare a distanza.

Per noi il punto di partenza è una cultura basata sulla fiducia e sulla responsabilità. Valutiamo il lavoro attraverso gli obiettivi e i risultati, non attraverso le ore trascorse davanti a uno schermo. Allo stesso tempo, la flessibilità non deve trasformarsi nell’aspettativa di essere sempre disponibili. È importante rispettare i tempi personali, definire priorità chiare e mantenere un confronto costante all’interno del team.

C’è poi il tema delle relazioni. Lavorare da remoto non deve significare sentirsi soli: per questo attribuiamo grande importanza alla collaborazione quotidiana e ai momenti di incontro tra colleghi. La vera sfida è trovare un equilibrio tra autonomia individuale e appartenenza a una squadra. Il full remote funziona quando alla libertà si accompagna una cultura della responsabilità, non del controllo.

«Il full remote funziona quando alla libertà si accompagna una cultura della responsabilità, non del controllo.»

— Matteo Perrucci, cofondatore di XForma

Appartenenza senza ufficio: i retreat trimestrali di XForma

Senza un ufficio, come si costruisce il senso di appartenenza? Vi incontrate mai di persona?

Il senso di appartenenza non nasce necessariamente dal condividere lo stesso ufficio. Nasce dal sentirsi parte di un progetto comune, dal riconoscersi negli obiettivi dell’azienda e dal sapere che il proprio contributo fa la differenza.

In XForma lavoriamo quotidianamente a distanza, ma non rinunciamo al valore degli incontri di persona. Ogni tre mesi organizziamo retreat aziendali durante i quali tutto il team si riunisce. Sono occasioni per confrontarci sui risultati raggiunti e sulle sfide future, ma anche per trascorrere del tempo insieme e partecipare ad attività di team building.

Per esempio, durante il nostro ultimo retreat, a luglio, ci siamo ritrovati tutti sul Lago di Garda, dove abbiamo organizzato anche un’escursione in quad. Un’esperienza che ci ha permesso di condividere momenti diversi dalla quotidianità lavorativa e rafforzare i rapporti personali.

Credo che questi momenti siano particolarmente importanti in un’azienda completamente da remoto: permettono di creare legami che poi rendono più naturale ed efficace la collaborazione a distanza. Il nostro obiettivo è costruire una squadra di professionisti che non condivida soltanto obiettivi lavorativi, ma anche l’ambizione di far crescere insieme un progetto imprenditoriale importante.

Oltre il lavoro da remoto: buoni pasto, sanità integrativa, crescita

Oltre alla flessibilità geografica, offrite ai dipendenti altre misure di welfare?

Sì, infatti, oltre alla possibilità di lavorare completamente da remoto, offriamo benefit concreti come i buoni pasto e l’assicurazione sanitaria integrativa. Sono strumenti che affiancano la retribuzione e contribuiscono a garantire maggiore serenità nella vita quotidiana.

Per noi, però, il benessere professionale passa anche dalla possibilità di crescere, sviluppare nuove competenze e assumere responsabilità all’interno di un’azienda in evoluzione. Cerchiamo quindi di affiancare alle misure di welfare tradizionali un ambiente di lavoro in cui le persone possano sentirsi valorizzate, tutelate e coinvolte nella crescita dell’azienda.

Full remote e Mezzogiorno: una risposta alla fuga dei talenti?

Il Mezzogiorno continua a perdere giovani laureati. Il full remote può essere una risposta, e cosa servirebbe perché più aziende lo adottassero?

Il full remote può rappresentare una risposta concreta, anche se da solo non basta a risolvere un problema strutturale come la fuga dei talenti dal Mezzogiorno. Per decenni, le opportunità professionali più interessanti si sono concentrate soprattutto nelle grandi città, spingendo molti giovani a lasciare i propri territori.

Il lavoro da remoto può contribuire a cambiare questa dinamica, permettendo a un professionista di vivere al Sud e lavorare per un’azienda che opera a livello nazionale o internazionale. Non si tratta soltanto di una scelta individuale. Quando una persona può restare o tornare nella propria città, porta con sé competenze, esperienze e capacità di spesa che possono contribuire anche all’economia locale.

Perché questo modello si diffonda, però, serve un cambiamento culturale nelle imprese. Bisogna passare da una gestione basata sulla presenza fisica a una fondata su obiettivi, responsabilità e risultati. Servono inoltre infrastrutture digitali adeguate e competenze manageriali capaci di coordinare persone che lavorano da luoghi diversi.

Il punto è che non tutte le professioni possono essere svolte da remoto, ma molte più aziende potrebbero adottare questo modello rispetto a quante lo fanno oggi. Il talento è distribuito ovunque. Le opportunità, invece, lo sono molto meno. Il full remote può contribuire a ridurre questa distanza.

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