8 Ottobre2026

Antonio Mastrapasqua: «Il futuro non può e non deve essere rubato»

Tfr in busta paga, una super pensione per chi fa figli, le quote giovani, «più Inps per tutti». E l’invito, impopolare, a lavorare di più e fare meno feste. L’ex presidente dell’Inps racconta a WeWelfare il suo libro, un atto d’accusa e insieme un programma per un Paese che, scrive, «non riforma per scelta», ma «per disperazione».

C’è un passaggio, all’inizio del libro, che vale più di tante analisi: «Mi sono trovato nella “stanza dei bottoni”, scoprendo che non c’erano più i bottoni». A scriverlo è Antonio Mastrapasqua, che per una decina d’anni, prima nel Consiglio di amministrazione e poi dal luglio 2008 alla presidenza, ha guidato l’Inps, il più grande ente pubblico di welfare d’Europa. In quegli anni ha guidato l’integrazione di Inpdap ed Enpals, ha visto nascere il certificato medico telematico, ha reso consultabile online per la prima volta il conto previdenziale dei lavoratori e ha raccolto, una regione alla volta, le 21 firme che hanno ridotto a 15 giorni l’accertamento dell’invalidità per i malati oncologici.

Oggi quell’esperienza diventa un libro. Il futuro rubato. Pensioni, lavoro, giovani: come invertire la rotta del declino (Solferino, 2026), scritto con Giuliano Guida Bardi e dedicato al figlio Riccardo, è stato presentato l’8 ottobre a Roma, a Palazzo Wedekind, con Renato Brunetta, Sabino Cassese, Gabriele Fava e Antonio Polito. Il libro di Mastrapasqua è un atto d’accusa documentato contro un Paese che scarica i suoi debiti su chi viene dopo, ma anche un elenco di proposte concrete, scritte «con la libertà di chi non fa politica».

Abbiamo intervistato Antonio Mastrapasqua.


Il furto secondo Mastrapasqua

Il titolo è già un’accusa: «Il futuro rubato». Chi è il ladro? E in quale momento lei, che di quella stanza dei bottoni aveva le chiavi, si è accorto che il furto era in corso?

Ci sono molti modi per rubare il futuro. Il più classico è scaricare i propri debiti su chi verrà dopo di noi: c’è chi stima che ogni neonato italiano nasca già con circa 50.000 euro di debito sulle spalle. Ma c’è un furto meno visibile, ed è quello della fiducia. La mia generazione, quella nata fra la fine degli anni Cinquanta e i primi Sessanta, è stata probabilmente l’ultima a crescere dentro il principio della continuità: si studiava per lavorare, si lavorava per migliorare la propria condizione, i figli avrebbero vissuto un po’ meglio dei padri.

Poi, per la prima volta dal dopoguerra, una generazione ha cominciato a sospettare che il futuro potesse essere peggiore del presente. Quando me ne sono accorto? Proprio nella stanza dei bottoni, scoprendo che i bottoni non c’erano più, o non erano più utilizzabili. Quanto al colpevole, un principio lo conosco bene: quando in un’azienda qualcosa non funziona, la colpa non è del lavoratore, è dell’amministratore delegato. Tutto inizia da chi siede in cima.

Pensioni: «basta riforme», tranne una

Più di dieci anni fa, a un convegno sulla previdenza complementare, disse: «Se i giovani sapessero quale sarà la loro pensione, forse farebbero una rivoluzione». Fu un putiferio bipartisan. Nel libro ammette di aver avuto torto su un punto. Quale? E che cosa, invece, di quella frase resta drammaticamente vero?

Avevo torto sulla rivoluzione: non si addice all’Italia. I veri esclusi, i giovani lavoratori senza voce né sindacato attento alle loro necessità, non scendono in piazza. Se ne vanno: Londra, Berlino, Amsterdam, Dublino. Resta vero tutto il resto. In quegli anni, per la prima volta, abbiamo reso disponibili sul sito dell’Inps i dati del conto previdenziale individuale: contributi versati, montante, anzianità. Le condizioni minime per immaginare il proprio destino previdenziale.

«Conoscere per deliberare», scriveva Einaudi. Il futuro non si esorcizza tenendolo segreto. Ma la consapevolezza da sola non basta, se l’educazione finanziaria è ancora da scuola elementare e la contribuzione obbligatoria pesa per il 33% dello stipendio lordo, contro il 18,7% della Germania: le risorse che restano per un fondo pensione sono poca cosa.

Lei ha vissuto da presidente dell’Inps i giorni del Salva Italia e oggi scrive «basta riforme!», arrivando a sostenere che la Fornero «conviene ai giovani». Eppure una riforma la propone, ed è radicale: una super pensione per chi mette al mondo almeno due figli, fino al raddoppio dell’assegno, padri compresi. Perché difende la Fornero? E a chi le dice che per la super pensione «non ci sono i soldi», cosa risponde?

Perché quella riforma, al di là delle incomprensioni di allora sugli esodati (ma avevamo ragione noi all’Inps!), è stata provvidenziale. L’aggancio automatico dell’età pensionabile all’aspettativa di vita, introdotto un anno prima dalla riforma Sacconi-Tremonti a cui avevo collaborato, sottrae la pensione al negoziato estenuante tra generazioni. Ogni volta che si è rimesso mano a quell’impianto si è fatto peggio: Quota 100 e le altre deroghe hanno appesantito i conti, e il lavoro dei giovani non si crea prepensionando i meno giovani.

Detto questo, una sola novità la vorrei. Nel 2025 sono nati 355.000 bambini, il numero più basso dall’Unità d’Italia. L’intuizione, confesso, non è mia: c’era già nel comma 40 della riforma Dini del 1995, ma valeva solo per le madri, solo per il contributivo puro, e con benefici modesti. Io propongo di rovesciarla: un premio vicino al raddoppio della pensione, esteso anche ai padri, oltre alle madri. A chi dice che non ci sono i soldi rispondo che non ci sono i soldi per mantenere il sistema attuale.

Premiare i figli è l’unico investimento che genera, esso stesso, i mezzi per essere pagato. Non è “natalismo”: è pragmatismo. Non esiste un welfare che possa reggere senza i suoi futuri contribuenti.

Il Tfr dei lavoratori

«Il Tfr è mio e me lo gestisco io». L’idea di rimetterlo in busta paga nasce nel 2010, quando ne parlò con il governo Berlusconi, e si arena con la lettera della Bce dell’estate 2011. Poi ci provò Renzi con scarso successo. Oggi la manovra 2026 va nella direzione opposta: silenzio-assenso verso i fondi negoziali e nuove soglie per il conferimento alla Tesoreria Inps. Che cosa direbbe a un ventottenne appena assunto che si vede arrivare la lettera del fondo pensione?

Gli direi prima di tutto che sono soldi suoi. Dal 1927 (eh sì, il Tfr è figlio di Mussolini) ogni mese gli viene trattenuto circa il 7% del salario, per restituirglielo alla fine con una rivalutazione modesta, intorno al 2%. Di fatto i lavoratori sono la vera banca delle imprese italiane, solo che prestano al 2% mentre il credito costa il 6% e oltre. Con il silenzio-assenso introdotto dalla manovra 2026, se entro 60 giorni non dice esplicitamente di no, il neoassunto si ritrova iscritto automaticamente alla previdenza complementare: senza scelta e senza consapevolezza.

Per il suo bene, ovviamente: lo decide lo Stato, padre-padrone. Io vorrei che la scelta fosse sua, e consapevole. Con una mensilità in più, ciascuno potrebbe valutare se e quanto destinare a un fondo pensione o ad altre coperture per il proprio futuro, fino alla non autosufficienza. Il mercato esiste e deve guadagnarsi i suoi clienti. «Giù le mani dai soldi dei lavoratori», si dice spesso: aggiungerei «lasciamoglieli in busta paga».

La Repubblica fondata sul riposo

Un capitolo del suo libro si intitola, provocatoriamente, «La Repubblica fondata sul riposo». Perché questo riferimento polemico?

La Repubblica fondata sul lavoro è scritta in Costituzione. La Repubblica fondata sul riposo è vissuta nei fatti. Su questa scelta, sotterranea, mai dichiarata, mai discussa apertamente, destra e sinistra concordano. Mentre i salari non crescono e la produttività italiana resta una delle più basse dell’Ocse, si continuano a moltiplicare festività, permessi, ponti. Non si aumentano i salari? Beh, almeno aumentano le ferie, le festività, i permessi, i Rol… L’ultima trovata, approvata alla Camera quasi all’unanimità, è stata la riproposizione della festività per San Francesco, il 4 ottobre.

Intendiamoci, nulla contro il santo patrono d’Italia. Ma qualche dubbio sui modi per celebrarne la memoria. Sulla stessa lunghezza d’onda la moda che in Italia resiste per lo smart working. Ci siamo innamorati del “lavoro agile” con la stessa intensità con cui Amazon, Stellantis e tutti i grandi giocatori globali del mercato stanno richiamando i propri dipendenti in ufficio. Il Ceo di Amazon, Andy Jassy, ha chiuso l’esperienza ibrida all’inizio del 2025; Stellantis ha derubricato lo smart working a strumento di welfare aziendale per conciliare vita e lavoro.

Negli Stati Uniti la formula return-to-office mandate è diventata un mantra dei Consigli di amministrazione. La favola del nomadismo digitale è finita dappertutto, ma non in Italia. Furbetti? Nel libro cito anche l’abuso della legge 104. Anche in questo caso bisogna distinguere: una norma sacrosanta e un uso illecito che è sotto gli occhi di tutti. Tutti abbiamo conosciuto almeno un beneficiario della 104 che, invece di accudire il parente disabile, dopo un’ora se ne va al mare.

Così come incontriamo quotidianamente dieci, cento, mille altri che dei permessi 104 non abusano. Distinguere i primi dai secondi è una questione di civiltà, oltre che di sostenibilità finanziaria. Anche in questo modo si ruba futuro e fiducia.

Mastrapasqua e l’«elefante nella stanza»: l’Inps

Nel capitolo sull’Inps c’è un ricordo personale: lei è cresciuto «a pane e Inps», da ragazzo portava e ritirava pratiche per suo padre Loreto, consulente del lavoro, che aveva un motto quasi crudele: «Se arrivi in orario, sei già in ritardo». Anni dopo quell’Istituto lo ha presieduto. Che cosa ha visto da presidente che il ragazzo con le pratiche in mano non poteva vedere?

Mio padre era un instancabile professionista. Da lui ho assorbito il culto del lavoro e della puntualità maniacale: non ricordo un giorno senza lavoro, né sabato né domenica, e il tempo libero non era uno spazio da difendere, ma un vuoto da riempire. I miei primi lavori riguardarono proprio l’Inps: portavo documenti, ne ritiravo altri. Da presidente ho visto quello che il ragazzo non poteva vedere: le competenze di tante donne e tanti uomini che conoscono l’Istituto come casa propria, quel patrimonio che si sedimenta nella burocrazia buona, quella che aiuta chi produce e assiste chi ha bisogno.

E ho visto il segreto strutturale che pochi capiscono: un’unica infrastruttura informatica su cui poggiano 400 prestazioni diverse, frutto della visione di chi aveva avuto coraggio molto prima di me, come Gianni Billia. Oggi quel patrimonio è a rischio: un’analisi Inapp stima che il 42% delle competenze critiche della Pubblica amministrazione sia nelle mani di chi andrà in pensione nei prossimi 5-7 anni.

Ancora Inps. Lei si augura che tutto il sistema delle casse private e privatizzate, quelle che svolgono le funzioni di primo pilastro della previdenza obbligatoria per i professionisti italiani (circa 1,6 milioni di persone), finisca nell’Inps, come è già successo per tante casse, l’ultima l’Inpgi. Perché?

Uno dei grandi freni alla mobilità del mondo del lavoro consiste nell’esistenza (ancora!) degli ordini professionali. E delle relative casse di previdenza, che potrebbero essere utilmente accolte nel grande istituto nazionale: tutto nell’Inps. Per ottimizzare i conti, per abbattere i costi di gestione, per ridurre consigli di amministrazione, comitati, e tanti presunti esperti di finanza, che fanno un’altra professione. È difficile capire perché un metalmeccanico, operaio o dirigente, abbia una pensione Inps e un avvocato, o un medico, invece debba riceverla da un ente diverso.

Lei paragona l’Inps a un calabrone: per le sue dimensioni non dovrebbe volare, eppure vola, e mezza Europa ce lo invidia. Ora propone «più Inps per tutti»: un polo per la non autosufficienza, le politiche attive, la vigilanza unica sul lavoro. Come si convince un Paese che vede nell’Inps un «carrozzone»?

Con i fatti. In Francia e in Germania le stesse funzioni sono frammentate tra decine di enti; l’Inps ha un’unica governance, un’unica informatica, e un’erogazione mensile che non ha saltato un colpo né con Tangentopoli, né con la crisi del 2008, né con il Covid. Partiamo dalla non autosufficienza. Oggi la pensione di invalidità civile per un invalido totale vale 340,71 euro al mese, l’indennità di accompagnamento 552,57, mentre una badante costa tra 1.200 e 1.800 euro.

La risposta che il Paese ha trovato è miserabile: il nero, l’arrangiarsi, il figlio o la nuora che si fanno carico. Già con Tremonti avevo proposto che lo Stato, attraverso l’Inps, invece di distribuire micro-sussidi investisse in strutture protette moderne, come le retirement communities che ho visitato negli Stati Uniti. Lo stesso vale per le politiche attive, oggi disperse tra ministero e 500 Centri per l’impiego, e per una vigilanza unica sul lavoro. Quando una squadra ha un campione non lo tiene in panchina. L’Italia ha un campione: l’Inps.

Giovani e classe dirigente

Lei scrive: «Dopo una vita di esperienza di governance, ho diritto di cambiare idea». Era contrario alle quote rosa, oggi riconosce che la Golfo-Mosca ha funzionato e propone le quote giovani: under 35 nei Cda, nelle liste elettorali, ai tavoli della concertazione. Che cosa le ha fatto cambiare idea? E non teme di scontentare i suoi coetanei?

Mi hanno fatto cambiare idea i numeri. Ero convinto che la meritocrazia dovesse essere il faro e che le imposizioni per legge la tradissero. Ma la presenza femminile nei Cda delle quotate è passata dal 6,8% del 2009 a oltre il 40%. Sbagliavo, perché il modello ha funzionato. E allora, a maggior ragione, vale per i giovani. Provate a contare le teste nell’ultima stanza in cui si è deciso qualcosa di importante per l’Italia: quanti avevano meno di 35 anni?

Quasi nessuno, quasi mai. Ai tavoli in cui si decidono pensioni e lavoro siedono tutti, tranne i giovani. Chi decide non ha interesse a farsi da parte, e il sistema non si autocorreggerà. Le quote non sostituiscono la meritocrazia, la integrano: si sceglie il migliore tra i giovani. Ai miei coetanei dico che abbiamo già fatto la nostra parte. Adesso si tratta di lasciare lo spazio a chi viene dopo. Non per generosità, Dio guardi: per intelligenza politica.

«Si può fare»: il decalogo di Mastrapasqua

Il libro si chiude con dieci proposte e con il motto che, scrive, ha guidato sempre la sua attività: «Nihil difficile volenti». Lo ha dedicato a suo figlio Riccardo. Se Riccardo le chiedesse domani «Papà, perché dovrei restare in Italia?», che cosa gli risponderebbe?

Che non voglio recitare nessun de profundis per la nostra Italia. Siamo tutti cittadini del mondo, e la mobilità dei giovani è sacrosanta, ma siamo anche italiani, e quel senso di appartenenza va conservato e arricchito. Non è solo una questione di radici: è qualità della vita, sensibilità artistica e culturale, opportunità di abitare il nostro territorio. Abbiamo dato al mondo il Rinascimento, la partita doppia, l’opera lirica, il design.

Non siamo poveri, ma come poveri ci raccontiamo. Molto c’è da fare, proprio perché molte sono le potenzialità da attivare. In questo libro c’è una responsabilità di padre che ha guidato tutto il ragionamento: un Paese non è soltanto il presente di chi ci vive, è la promessa fatta a chi ci nascerà. Quella promessa è stata tradita troppe volte, e restituirla è l’unica cosa che valga davvero la pena. Predire il futuro è un esercizio impossibile, a noi tocca solo provare a costruirlo. Basta volerlo. Nihil difficile volenti.


L’autore Antonio Mastrapasqua è stato per una decina d’anni ai vertici dell’Inps, quattro nel Consiglio di amministrazione e sei alla presidenza, dal luglio 2008. Con Mastrapasqua l’Istituto ha integrato Inpdap ed Enpals.

Il libro Antonio Mastrapasqua con Giuliano Guida Bardi, Il futuro rubato. Pensioni, lavoro, giovani: come invertire la rotta del declino, Solferino, 2026.

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