Fondoprofessioni finanzia percorsi sull’intelligenza artificiale cuciti sul singolo dipendente. Doppia intervista al Direttore Franco Valente e a Tommaso Maria Ricci: perché conta più il metodo dello strumento, e perché saper usare l’IA è una questione di benessere delle persone prima che di produttività.
Nelle aziende e negli studi professionali italiani l’intelligenza artificiale è già entrata, spesso dalla porta di servizio: un abbonamento attivato da qualcuno, uno strumento provato sul proprio telefono, un documento riassunto in pochi secondi. Molto meno spesso è entrata insieme a un percorso che insegni a usarla bene. È su questo scarto che Fondoprofessioni, il fondo interprofessionale per la formazione continua degli studi professionali e delle aziende collegate, ha deciso di intervenire con un Avviso dedicato interamente alla formazione sull’IA, con una scelta precisa: finanziare percorsi anche per il singolo dipendente o per piccoli gruppi di colleghi, costruiti sui compiti che le persone svolgono davvero.
Ne abbiamo parlato con due interlocutori che guardano al tema da angolazioni complementari. Franco Valente, Direttore di Fondoprofessioni, racconta le ragioni della scelta. Tommaso Maria Ricci, esperto di Intelligenza Artificiale, osserva ogni giorno come le organizzazioni adottano questi strumenti. Ne esce un’idea comune: la formazione sull’IA è un investimento sulla persona. In una parola, welfare.
Direttore Valente, quali esigenze avete riscontrato nelle aziende, e perché avete deciso di dedicare un Avviso specifico alla formazione sull’IA?
Franco Valente: Da tempo Fondoprofessioni interpreta il proprio ruolo consapevole che non basta essere un efficiente erogatore di risorse considerate pubbliche. È necessario far sì che le scarse disponibilità economiche fissate dalla legge per la formazione continua siano ottimizzate per l’evoluzione qualitativa del lavoratore e della lavoratrice e della struttura in cui operano, in un unicum che definisce la necessaria personalizzazione in ogni intervento formativo per gli adulti. Nello specifico, l’IA rappresenta una sfida epocale, non paragonabile ai passaggi evolutivi conosciuti e affrontati nella transizione digitale: una vera rivoluzione culturale prima che tecnologica, destinata a modificare sostanzialmente il nostro lavoro e la nostra vita.
Ricci, se è una rivoluzione culturale prima che tecnologica, che cosa significa oggi essere davvero “formati” all’IA? Quali competenze servono anche a chi non ha un ruolo tecnologico?
Tommaso Maria Ricci: Essere formati oggi vuol dire saper affidare all’IA una parte del proprio lavoro mantenendo il controllo del risultato. Semplificando, si tratta di saper spiegare il compito da svolgere, dare il contesto e dire con chiarezza che cosa ci si aspetta. Poi segue la verifica, che è la parte che richiede più attenzione. Si controlla quello che produce, si isola l’errore e si consolidano le correzioni nelle istruzioni e nella memoria dello strumento, così alla richiesta successiva non si riparte da zero. Sono competenze di base, non hanno niente di tecnico, servono in segreteria come in direzione e per iniziare sono più che sufficienti. Si imparano sul lavoro di tutti i giorni, usando gli strumenti, ed è per questo che i percorsi di formazione applicati ai compiti reali funzionano molto meglio della pura teoria.
Direttore, è proprio la logica dell’Avviso, che prevede percorsi anche per il singolo dipendente o piccoli gruppi. Quanto conta personalizzare la formazione, invece di proporre un corso unico per tutta l’azienda?
Franco Valente: La specificità del nostro Fondo riguarda sostanzialmente l’attenzione alla micro impresa, sia essa studio professionale o azienda manifatturiera, che costituisce più dell’80% dei nostri aderenti. Ciò comporta considerare non solo l’aspetto economico, ma rendere fruibile la formazione superando le molte difficoltà che ancora la ostacolano, soprattutto in questi ambienti produttivi: da quelle organizzative a quelle temporali, da quelle burocratiche alla necessaria garanzia di risultato. Questo vale per ogni azione formativa. L’intervento generico, introduttivo, di base, ha naturalmente sempre la sua importanza, che viene oramai soddisfatta in molteplici modi, non necessariamente tradizionali o bisognosi di finanziamento. Dobbiamo invece trovare il modo per garantire il corretto sostegno per l’evoluzione della singola persona, inserita nella singola struttura. Ecco perché diamo valore al nostro supporto, finalizzandolo, e misurandolo, allo specifico contesto. Questo è ancora più importante nel tema dell’IA, di cui troviamo un’estesa offerta, essenzialmente informativa, generica e lontana da una concreta applicazione.
Ricci, che cosa succede quando l’IA entra in azienda senza un percorso di formazione adeguato? Quali sono i rischi concreti per chi la usa ogni giorno?
Tommaso Maria Ricci: Il rischio più concreto è che l’errore diventi invisibile, e riguarda chi usa l’IA ogni giorno prima di chi la gestisce. Chi non è stato formato tende a considerare affidabile ciò che l’IA produce e, proprio per questo, smette di verificarlo con la necessaria attenzione. Un dato sbagliato può così finire in un preventivo, in una risposta a un cliente o in un documento ufficiale senza che nessuno se ne accorga. Una ricerca di Microsoft e della Carnegie Mellon University su 319 professionisti ha mostrato che, quanto più cresce la fiducia nello strumento, tanto meno le persone tendono a metterne in discussione i risultati. Un altro rischio riguarda i dati sensibili di clienti e dipendenti. Secondo il rapporto di Netskope di gennaio 2026, il 47% di chi usa l’IA al lavoro lo fa ancora da account personali, e più della metà delle violazioni rilevate nasce dal caricamento di dati regolamentati, come informazioni personali, finanziarie o sanitarie.
Direttore, se i rischi ricadono prima di tutto sulle persone, la formazione sull’IA si può leggere anche come una forma di welfare, e non solo come investimento in produttività?
Franco Valente: Mi lasci sottolineare e ribadire che ogni azione di formazione continua va intesa come una importante, se non indispensabile, forma di welfare. Portare un adulto ad avere consapevolezza del suo sapere e del suo saper fare, accompagnarlo in una crescita che gli garantisca di vivere la sua realtà sociale ed essere in grado di disegnare il proprio futuro, non può che essere definito “welfare”. Ciò è ancora più vero di fronte alla rivoluzione proposta dall’IA.
Ricci, nelle aziende che già usano l’IA, qual è oggi il gap di competenze più diffuso? È un problema di strumenti, di metodo o di consapevolezza?
Tommaso Maria Ricci: È anzitutto un problema di metodo. In molte aziende l’IA è arrivata prima delle regole: si attiva un abbonamento, ognuno la usa a modo suo e nessuno ha deciso con precisione dove può essere delegata, chi deve controllarla e chi risponde degli errori. Eppure la tecnologia oggi consente molto di più di una semplice chat. Può essere configurata sui documenti, sulle procedure e sul patrimonio informativo dell’organizzazione, integrandosi con posta elettronica, archivi e gestionali. La vera differenza, però, non la fa lo strumento. La fanno le regole. Le aziende che ottengono risultati non sono quelle con più IA, ma quelle che hanno stabilito con chiarezza che cosa affidarle, che cosa verificare e chi è responsabile del risultato.
Direttore, pensa che l’accesso alla formazione sull’IA diventerà un vero benefit aziendale nei prossimi anni? Che vantaggio dà a chi lo offre per primo?
Franco Valente: È stato detto che non sarà l’IA a portarci via il lavoro, ma lo faranno coloro che la utilizzeranno, e soprattutto per primi. Quindi non penso alla formazione sull’IA quale benefit aziendale, generosamente offerto ai propri collaboratori. Piuttosto, sia la struttura produttiva sia il lavoratore e la lavoratrice dovranno saper tramutare una potenziale minaccia in una possibile positiva evoluzione del proprio domani.
Ricci, restiamo su questo passaggio da minaccia a evoluzione. Man mano che l’IA assorbe alcune attività, quali competenze rischiano di perdere valore e quali diventeranno più richieste?
Tommaso Maria Ricci: Molto dipenderà dal settore e dal ruolo. Per fare un esempio concreto, un commercialista grazie all’IA alleggerisce il lavoro di raccolta e controllo, e questo gli lascia più tempo per confrontarsi con l’imprenditore nelle scelte di investimento. Lo stesso può accadere a un avvocato, che può delegare il riassunto di un fascicolo o la prima stesura di un contratto e dedicarsi alla strategia e alla trattativa. Rischia di perdere valore il lavoro che segue una procedura meccanica, quello che negli studi si affida ai più giovani, mentre diventano più richieste le competenze umane e strategiche, quelle che si fondano sul rapporto con le persone. Se la formazione sull’IA diventa un benefit, può servire a spostare ore dal lavoro ripetitivo alle attività che pesano davvero sul risultato dell’azienda.
24 Settembre2026
Commenti e interviste, sidebar, welfare, Well@Work
Formazione sull’IA: il welfare che si impara sul lavoro
Fondoprofessioni finanzia percorsi sull’intelligenza artificiale cuciti sul singolo dipendente. Doppia intervista al Direttore Franco Valente e a Tommaso Maria Ricci: perché conta più il metodo dello strumento, e perché saper usare l’IA è una questione di benessere delle persone prima che di produttività.
Nelle aziende e negli studi professionali italiani l’intelligenza artificiale è già entrata, spesso dalla porta di servizio: un abbonamento attivato da qualcuno, uno strumento provato sul proprio telefono, un documento riassunto in pochi secondi. Molto meno spesso è entrata insieme a un percorso che insegni a usarla bene. È su questo scarto che Fondoprofessioni, il fondo interprofessionale per la formazione continua degli studi professionali e delle aziende collegate, ha deciso di intervenire con un Avviso dedicato interamente alla formazione sull’IA, con una scelta precisa: finanziare percorsi anche per il singolo dipendente o per piccoli gruppi di colleghi, costruiti sui compiti che le persone svolgono davvero.
Ne abbiamo parlato con due interlocutori che guardano al tema da angolazioni complementari. Franco Valente, Direttore di Fondoprofessioni, racconta le ragioni della scelta. Tommaso Maria Ricci, esperto di Intelligenza Artificiale, osserva ogni giorno come le organizzazioni adottano questi strumenti. Ne esce un’idea comune: la formazione sull’IA è un investimento sulla persona. In una parola, welfare.
Direttore Valente, quali esigenze avete riscontrato nelle aziende, e perché avete deciso di dedicare un Avviso specifico alla formazione sull’IA?
Franco Valente: Da tempo Fondoprofessioni interpreta il proprio ruolo consapevole che non basta essere un efficiente erogatore di risorse considerate pubbliche. È necessario far sì che le scarse disponibilità economiche fissate dalla legge per la formazione continua siano ottimizzate per l’evoluzione qualitativa del lavoratore e della lavoratrice e della struttura in cui operano, in un unicum che definisce la necessaria personalizzazione in ogni intervento formativo per gli adulti. Nello specifico, l’IA rappresenta una sfida epocale, non paragonabile ai passaggi evolutivi conosciuti e affrontati nella transizione digitale: una vera rivoluzione culturale prima che tecnologica, destinata a modificare sostanzialmente il nostro lavoro e la nostra vita.
Ricci, se è una rivoluzione culturale prima che tecnologica, che cosa significa oggi essere davvero “formati” all’IA? Quali competenze servono anche a chi non ha un ruolo tecnologico?
Tommaso Maria Ricci: Essere formati oggi vuol dire saper affidare all’IA una parte del proprio lavoro mantenendo il controllo del risultato. Semplificando, si tratta di saper spiegare il compito da svolgere, dare il contesto e dire con chiarezza che cosa ci si aspetta. Poi segue la verifica, che è la parte che richiede più attenzione. Si controlla quello che produce, si isola l’errore e si consolidano le correzioni nelle istruzioni e nella memoria dello strumento, così alla richiesta successiva non si riparte da zero. Sono competenze di base, non hanno niente di tecnico, servono in segreteria come in direzione e per iniziare sono più che sufficienti. Si imparano sul lavoro di tutti i giorni, usando gli strumenti, ed è per questo che i percorsi di formazione applicati ai compiti reali funzionano molto meglio della pura teoria.
Direttore, è proprio la logica dell’Avviso, che prevede percorsi anche per il singolo dipendente o piccoli gruppi. Quanto conta personalizzare la formazione, invece di proporre un corso unico per tutta l’azienda?
Franco Valente: La specificità del nostro Fondo riguarda sostanzialmente l’attenzione alla micro impresa, sia essa studio professionale o azienda manifatturiera, che costituisce più dell’80% dei nostri aderenti. Ciò comporta considerare non solo l’aspetto economico, ma rendere fruibile la formazione superando le molte difficoltà che ancora la ostacolano, soprattutto in questi ambienti produttivi: da quelle organizzative a quelle temporali, da quelle burocratiche alla necessaria garanzia di risultato. Questo vale per ogni azione formativa. L’intervento generico, introduttivo, di base, ha naturalmente sempre la sua importanza, che viene oramai soddisfatta in molteplici modi, non necessariamente tradizionali o bisognosi di finanziamento. Dobbiamo invece trovare il modo per garantire il corretto sostegno per l’evoluzione della singola persona, inserita nella singola struttura. Ecco perché diamo valore al nostro supporto, finalizzandolo, e misurandolo, allo specifico contesto. Questo è ancora più importante nel tema dell’IA, di cui troviamo un’estesa offerta, essenzialmente informativa, generica e lontana da una concreta applicazione.
Ricci, che cosa succede quando l’IA entra in azienda senza un percorso di formazione adeguato? Quali sono i rischi concreti per chi la usa ogni giorno?
Tommaso Maria Ricci: Il rischio più concreto è che l’errore diventi invisibile, e riguarda chi usa l’IA ogni giorno prima di chi la gestisce. Chi non è stato formato tende a considerare affidabile ciò che l’IA produce e, proprio per questo, smette di verificarlo con la necessaria attenzione. Un dato sbagliato può così finire in un preventivo, in una risposta a un cliente o in un documento ufficiale senza che nessuno se ne accorga. Una ricerca di Microsoft e della Carnegie Mellon University su 319 professionisti ha mostrato che, quanto più cresce la fiducia nello strumento, tanto meno le persone tendono a metterne in discussione i risultati. Un altro rischio riguarda i dati sensibili di clienti e dipendenti. Secondo il rapporto di Netskope di gennaio 2026, il 47% di chi usa l’IA al lavoro lo fa ancora da account personali, e più della metà delle violazioni rilevate nasce dal caricamento di dati regolamentati, come informazioni personali, finanziarie o sanitarie.
Direttore, se i rischi ricadono prima di tutto sulle persone, la formazione sull’IA si può leggere anche come una forma di welfare, e non solo come investimento in produttività?
Franco Valente: Mi lasci sottolineare e ribadire che ogni azione di formazione continua va intesa come una importante, se non indispensabile, forma di welfare. Portare un adulto ad avere consapevolezza del suo sapere e del suo saper fare, accompagnarlo in una crescita che gli garantisca di vivere la sua realtà sociale ed essere in grado di disegnare il proprio futuro, non può che essere definito “welfare”. Ciò è ancora più vero di fronte alla rivoluzione proposta dall’IA.
Ricci, nelle aziende che già usano l’IA, qual è oggi il gap di competenze più diffuso? È un problema di strumenti, di metodo o di consapevolezza?
Tommaso Maria Ricci: È anzitutto un problema di metodo. In molte aziende l’IA è arrivata prima delle regole: si attiva un abbonamento, ognuno la usa a modo suo e nessuno ha deciso con precisione dove può essere delegata, chi deve controllarla e chi risponde degli errori. Eppure la tecnologia oggi consente molto di più di una semplice chat. Può essere configurata sui documenti, sulle procedure e sul patrimonio informativo dell’organizzazione, integrandosi con posta elettronica, archivi e gestionali. La vera differenza, però, non la fa lo strumento. La fanno le regole. Le aziende che ottengono risultati non sono quelle con più IA, ma quelle che hanno stabilito con chiarezza che cosa affidarle, che cosa verificare e chi è responsabile del risultato.
Direttore, pensa che l’accesso alla formazione sull’IA diventerà un vero benefit aziendale nei prossimi anni? Che vantaggio dà a chi lo offre per primo?
Franco Valente: È stato detto che non sarà l’IA a portarci via il lavoro, ma lo faranno coloro che la utilizzeranno, e soprattutto per primi. Quindi non penso alla formazione sull’IA quale benefit aziendale, generosamente offerto ai propri collaboratori. Piuttosto, sia la struttura produttiva sia il lavoratore e la lavoratrice dovranno saper tramutare una potenziale minaccia in una possibile positiva evoluzione del proprio domani.
Ricci, restiamo su questo passaggio da minaccia a evoluzione. Man mano che l’IA assorbe alcune attività, quali competenze rischiano di perdere valore e quali diventeranno più richieste?
Tommaso Maria Ricci: Molto dipenderà dal settore e dal ruolo. Per fare un esempio concreto, un commercialista grazie all’IA alleggerisce il lavoro di raccolta e controllo, e questo gli lascia più tempo per confrontarsi con l’imprenditore nelle scelte di investimento. Lo stesso può accadere a un avvocato, che può delegare il riassunto di un fascicolo o la prima stesura di un contratto e dedicarsi alla strategia e alla trattativa. Rischia di perdere valore il lavoro che segue una procedura meccanica, quello che negli studi si affida ai più giovani, mentre diventano più richieste le competenze umane e strategiche, quelle che si fondano sul rapporto con le persone. Se la formazione sull’IA diventa un benefit, può servire a spostare ore dal lavoro ripetitivo alle attività che pesano davvero sul risultato dell’azienda.
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intelligenza artificiale, competenze, Formazione continua, Fondoprofessioni, Fondi interprofessionali, Studi professionali
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