Nell’estate 2026 la quota di famiglie tra chi prenota un viaggio con il credito welfare è più che raddoppiata. Ora che le aziende iniziano a disegnare i piani per il 2027, e i dipendenti si affrettano a spendere il credito residuo prima della fine dell’anno, abbiamo chiesto a Diego Furlani di Salabam Solutions che cosa insegnano questi numeri a chi si occupa di welfare.
C’è un momento dell’anno in cui il welfare aziendale cambia ritmo, ed è adesso. Ottobre è il mese in cui le direzioni HR iniziano a ragionare sui piani dell’anno successivo, e in cui molti dipendenti si accorgono di avere ancora un credito da usare prima della scadenza. Il viaggio è una delle voci su cui questa doppia scadenza pesa di più.
I numeri dell’estate appena chiusa dicono che qualcosa si è mosso. Tra giugno e agosto 2026 le due piattaforme di viaggi welfare di Salabam Solutions, Vadobay e Benefit.Travel, hanno registrato circa 200mila viaggiatori, il 50% in più rispetto all’anno precedente. Le famiglie sono passate dal 5,3% all’11,1% delle prenotazioni, triplicando in volume. Una prenotazione costa in media 435 euro, e un ordine su tre arriva a meno di due settimane dalla partenza.
Sullo sfondo c’è un mercato che cresce: secondo l’Associazione Italiana Welfare Aziendale (AIWA) i lavoratori coinvolti da piani welfare sono oltre 4 milioni, con un credito medio di 688 euro.
Ne abbiamo parlato con Diego Furlani, co-founder di Salabam Solutions.
Nell’estate 2026 le famiglie sono passate dal 5,3% all’11,1% delle vostre prenotazioni, triplicando in volume. Che cosa spiega questo salto, e che cosa dovrebbe dire a un’azienda che sta disegnando il proprio piano welfare?
Le cause sono diverse. Il viaggio welfare sta smettendo di essere il weekend del singolo dipendente e sta diventando la vacanza della famiglia. Il credito non viene più usato per un extra: entra nel budget della vacanza principale, quella estiva, che per chi ha figli è quasi sempre una vacanza di nucleo. Ha contato anche la soglia maggiorata per chi ha figli a carico, che negli ultimi anni ha messo più credito proprio in mano ai genitori.
Poi c’è un tema di offerta e di esperienza d’acquisto. Una famiglia cerca soluzioni precise: appartamenti, camere da quattro persone, strutture con servizi per i bambini. Se le trova subito, prenota; se deve scorrere decine di risultati pensati per una coppia, abbandona. Affiancare gli appartamenti agli hotel e introdurre filtri dedicati alle famiglie aiuta concretamente le conversioni, perché accorcia il tempo tra la ricerca e la prenotazione.
Per un’azienda che disegna il piano, il messaggio è che il beneficiario reale spesso non è il dipendente, ma il suo nucleo familiare. Il piano dovrebbe quindi consentire di usare il credito per prenotazioni familiari e renderlo disponibile in tempo utile per i periodi di vacanza scolastica. E conviene scegliere un provider la cui offerta sia davvero pensata per chi viaggia con figli.
Un ordine su tre arriva a meno di due settimane dalla partenza. Quanto pesa la scadenza del credito su queste decisioni, e come si può aiutare il dipendente a pianificare meglio?
La scadenza pesa, ma in estate meno di quanto si pensi. Lì il last minute dipende soprattutto da altri fattori: il credito arriva tardi, spesso dopo la conversione del premio di risultato; ferie e turni vengono confermati all’ultimo; molti dipendenti non sanno con precisione quanto credito hanno finché non entrano nel portale. L’effetto scadenza si sente di più in autunno e a ridosso della fine dell’anno, quando chi non ha ancora usato il credito si affretta per non perderlo.
La leva più efficace è rendere il credito disponibile prima e comunicarlo bene: quanto è, fino a quando vale, che cosa ci si può fare. Contano molto anche le tariffe con cancellazione flessibile, perché tolgono la paura di bloccare il credito su una data incerta. Vale sempre, ma diventa ancora più importante con la crescita delle famiglie: chi viaggia con bambini piccoli sa bene che un imprevisto, dalla febbre dell’ultimo minuto a un cambio di programma, è sempre possibile.
Secondo AIWA il credito medio è di 688 euro, mentre una vostra prenotazione costa in media 435 euro. In concreto, quanta parte di una vacanza copre il welfare? E quanto spesso il lavoratore deve integrare di tasca propria?
Sulla carta il credito medio copre una prenotazione media con margine, ma la media racconta poco. Il credito welfare è distribuito in modo molto disomogeneo: ci sono settori e aziende più generosi, con importi che permettono di prenotare una vacanza completa, e realtà in cui il credito basta per un weekend o per qualche notte. Inoltre quei 688 euro non vanno tutti al viaggio, perché il dipendente li divide tra più categorie di servizi.
Il risultato è che il viaggio si adatta al credito disponibile: chi ha importi più alti prenota la vacanza principale, magari per tutta la famiglia; chi ha importi più bassi sceglie soggiorni più brevi o periodi meno cari. Per questo, a parità di budget, conta molto la qualità dell’offerta. Avere una scelta ampia anche nelle fasce di prezzo più accessibili permette a tutti di trasformare il credito in un viaggio vero, non solo a chi ha un piano generoso.
Se il viaggio diventa un benefit “essenziale” e non più un extra, quali errori vedete più spesso nelle aziende che lo inseriscono nel piano welfare?
Il primo riguarda i tempi. Di solito i crediti vengono caricati tra marzo e aprile, ma la quota che deriva dalla conversione del premio di risultato si definisce a maggio e arriva sui portali solo a giugno. Per chi vuole usarla per le vacanze estive i tempi diventano strettissimi: si prenota tardi, con meno disponibilità e prezzi spesso più alti. Il secondo errore è la comunicazione: molti dipendenti non sanno di poter usare il credito per viaggiare, o lo scoprono quando è troppo tardi.
C’è poi un tema che non dipende dalle singole aziende ma dalle regole. Il viaggio rientra nei flexible benefit, dove il credito non si può integrare con mezzi propri: se la vacanza costa più del credito disponibile, il dipendente non può aggiungere la differenza. Questo penalizza proprio le vacanze più costose, come quelle delle famiglie. Se invece il dipendente sceglie una gift card nell’ambito dei fringe benefit, può spenderla anche per un acquisto di importo superiore e pagare il resto di tasca propria. Si crea così uno squilibrio a sfavore di chi offre un servizio di viaggio completo e dedicato al welfare, che sarebbe utile correggere.
Che cosa dovrebbe chiedere un responsabile HR a un provider di viaggi welfare per capire se il servizio verrà davvero usato dai dipendenti?
Più che il numero di strutture in catalogo, chiederei che servizio c’è dietro. Noi, per esempio, abbiamo un customer care interno, in italiano, raggiungibile e fatto di persone vere. Vediamo che conta molto quando c’è un problema da risolvere, ma anche nella quotidianità, per chi ha un dubbio prima di prenotare o cerca un consiglio. Conta poi il percorso d’acquisto: se il dipendente deve registrarsi altrove e uscire dal portale welfare, una parte si perde per strada. Un servizio integrato nel portale che il dipendente usa già fa una differenza concreta sull’utilizzo reale.
Come immaginate l’evoluzione del welfare legato al viaggio nei prossimi anni, anche alla luce della discussione sulle soglie dei fringe benefit?
Sulle soglie il quadro per ora è stabile: sono confermate fino al 2027 a 1.000 euro per tutti i dipendenti e a 2.000 euro per chi ha figli a carico. Il dibattito però riguarda solo una parte del welfare. I piani rivolti alla generalità dei dipendenti o a categorie omogenee, con finalità di utilità sociale, non sono soggetti ai limiti dei fringe benefit, e buona parte del viaggio welfare passa da lì.
La differenza tra i due canali è sostanziale. Nei fringe benefit può rientrare quasi qualsiasi bene o servizio, e a volte si vedono utilizzi che si allontanano dallo spirito della norma. I flexible benefit sono più regolamentati e permettono di indirizzare il credito verso i servizi che il legislatore considera rilevanti per il benessere della persona, come il tempo libero e il viaggio. Per questo, più che di soglie più alte, il settore ha bisogno di regole stabili, perché le aziende pianificano il welfare su più anni.
Guardando avanti, ci aspettiamo che il viaggio diventi sempre più un benefit per tutta la famiglia. Perché accada davvero, servirebbe un intervento mirato: consentire anche nei flexible benefit di integrare il credito con mezzi propri, come già avviene di fatto con le gift card nei fringe benefit. Sarebbe un modo semplice per rendere il credito welfare utilizzabile anche per le vacanze più importanti.
I dati sulle prenotazioni si riferiscono alle piattaforme Vadobay e Benefit.Travel di Salabam Solutions nel periodo giugno-agosto 2026, a confronto con lo stesso periodo del 2025. Il dato sul credito medio e sul numero di lavoratori coinvolti è dell’Associazione Italiana Welfare Aziendale (AIWA).
6 Ottobre2026
Aziende e servizi, Commenti e interviste, Protagonisti
Viaggi welfare, la vacanza diventa di famiglia. Furlani (Salabam): «Il beneficiario reale è il nucleo, non solo il dipendente»
Nell’estate 2026 la quota di famiglie tra chi prenota un viaggio con il credito welfare è più che raddoppiata. Ora che le aziende iniziano a disegnare i piani per il 2027, e i dipendenti si affrettano a spendere il credito residuo prima della fine dell’anno, abbiamo chiesto a Diego Furlani di Salabam Solutions che cosa insegnano questi numeri a chi si occupa di welfare.
C’è un momento dell’anno in cui il welfare aziendale cambia ritmo, ed è adesso. Ottobre è il mese in cui le direzioni HR iniziano a ragionare sui piani dell’anno successivo, e in cui molti dipendenti si accorgono di avere ancora un credito da usare prima della scadenza. Il viaggio è una delle voci su cui questa doppia scadenza pesa di più.
I numeri dell’estate appena chiusa dicono che qualcosa si è mosso. Tra giugno e agosto 2026 le due piattaforme di viaggi welfare di Salabam Solutions, Vadobay e Benefit.Travel, hanno registrato circa 200mila viaggiatori, il 50% in più rispetto all’anno precedente. Le famiglie sono passate dal 5,3% all’11,1% delle prenotazioni, triplicando in volume. Una prenotazione costa in media 435 euro, e un ordine su tre arriva a meno di due settimane dalla partenza.
Sullo sfondo c’è un mercato che cresce: secondo l’Associazione Italiana Welfare Aziendale (AIWA) i lavoratori coinvolti da piani welfare sono oltre 4 milioni, con un credito medio di 688 euro.
Ne abbiamo parlato con Diego Furlani, co-founder di Salabam Solutions.
Nell’estate 2026 le famiglie sono passate dal 5,3% all’11,1% delle vostre prenotazioni, triplicando in volume. Che cosa spiega questo salto, e che cosa dovrebbe dire a un’azienda che sta disegnando il proprio piano welfare?
Le cause sono diverse. Il viaggio welfare sta smettendo di essere il weekend del singolo dipendente e sta diventando la vacanza della famiglia. Il credito non viene più usato per un extra: entra nel budget della vacanza principale, quella estiva, che per chi ha figli è quasi sempre una vacanza di nucleo. Ha contato anche la soglia maggiorata per chi ha figli a carico, che negli ultimi anni ha messo più credito proprio in mano ai genitori.
Poi c’è un tema di offerta e di esperienza d’acquisto. Una famiglia cerca soluzioni precise: appartamenti, camere da quattro persone, strutture con servizi per i bambini. Se le trova subito, prenota; se deve scorrere decine di risultati pensati per una coppia, abbandona. Affiancare gli appartamenti agli hotel e introdurre filtri dedicati alle famiglie aiuta concretamente le conversioni, perché accorcia il tempo tra la ricerca e la prenotazione.
Per un’azienda che disegna il piano, il messaggio è che il beneficiario reale spesso non è il dipendente, ma il suo nucleo familiare. Il piano dovrebbe quindi consentire di usare il credito per prenotazioni familiari e renderlo disponibile in tempo utile per i periodi di vacanza scolastica. E conviene scegliere un provider la cui offerta sia davvero pensata per chi viaggia con figli.
Un ordine su tre arriva a meno di due settimane dalla partenza. Quanto pesa la scadenza del credito su queste decisioni, e come si può aiutare il dipendente a pianificare meglio?
La scadenza pesa, ma in estate meno di quanto si pensi. Lì il last minute dipende soprattutto da altri fattori: il credito arriva tardi, spesso dopo la conversione del premio di risultato; ferie e turni vengono confermati all’ultimo; molti dipendenti non sanno con precisione quanto credito hanno finché non entrano nel portale. L’effetto scadenza si sente di più in autunno e a ridosso della fine dell’anno, quando chi non ha ancora usato il credito si affretta per non perderlo.
La leva più efficace è rendere il credito disponibile prima e comunicarlo bene: quanto è, fino a quando vale, che cosa ci si può fare. Contano molto anche le tariffe con cancellazione flessibile, perché tolgono la paura di bloccare il credito su una data incerta. Vale sempre, ma diventa ancora più importante con la crescita delle famiglie: chi viaggia con bambini piccoli sa bene che un imprevisto, dalla febbre dell’ultimo minuto a un cambio di programma, è sempre possibile.
Secondo AIWA il credito medio è di 688 euro, mentre una vostra prenotazione costa in media 435 euro. In concreto, quanta parte di una vacanza copre il welfare? E quanto spesso il lavoratore deve integrare di tasca propria?
Sulla carta il credito medio copre una prenotazione media con margine, ma la media racconta poco. Il credito welfare è distribuito in modo molto disomogeneo: ci sono settori e aziende più generosi, con importi che permettono di prenotare una vacanza completa, e realtà in cui il credito basta per un weekend o per qualche notte. Inoltre quei 688 euro non vanno tutti al viaggio, perché il dipendente li divide tra più categorie di servizi.
Il risultato è che il viaggio si adatta al credito disponibile: chi ha importi più alti prenota la vacanza principale, magari per tutta la famiglia; chi ha importi più bassi sceglie soggiorni più brevi o periodi meno cari. Per questo, a parità di budget, conta molto la qualità dell’offerta. Avere una scelta ampia anche nelle fasce di prezzo più accessibili permette a tutti di trasformare il credito in un viaggio vero, non solo a chi ha un piano generoso.
Se il viaggio diventa un benefit “essenziale” e non più un extra, quali errori vedete più spesso nelle aziende che lo inseriscono nel piano welfare?
Il primo riguarda i tempi. Di solito i crediti vengono caricati tra marzo e aprile, ma la quota che deriva dalla conversione del premio di risultato si definisce a maggio e arriva sui portali solo a giugno. Per chi vuole usarla per le vacanze estive i tempi diventano strettissimi: si prenota tardi, con meno disponibilità e prezzi spesso più alti. Il secondo errore è la comunicazione: molti dipendenti non sanno di poter usare il credito per viaggiare, o lo scoprono quando è troppo tardi.
C’è poi un tema che non dipende dalle singole aziende ma dalle regole. Il viaggio rientra nei flexible benefit, dove il credito non si può integrare con mezzi propri: se la vacanza costa più del credito disponibile, il dipendente non può aggiungere la differenza. Questo penalizza proprio le vacanze più costose, come quelle delle famiglie. Se invece il dipendente sceglie una gift card nell’ambito dei fringe benefit, può spenderla anche per un acquisto di importo superiore e pagare il resto di tasca propria. Si crea così uno squilibrio a sfavore di chi offre un servizio di viaggio completo e dedicato al welfare, che sarebbe utile correggere.
Che cosa dovrebbe chiedere un responsabile HR a un provider di viaggi welfare per capire se il servizio verrà davvero usato dai dipendenti?
Più che il numero di strutture in catalogo, chiederei che servizio c’è dietro. Noi, per esempio, abbiamo un customer care interno, in italiano, raggiungibile e fatto di persone vere. Vediamo che conta molto quando c’è un problema da risolvere, ma anche nella quotidianità, per chi ha un dubbio prima di prenotare o cerca un consiglio. Conta poi il percorso d’acquisto: se il dipendente deve registrarsi altrove e uscire dal portale welfare, una parte si perde per strada. Un servizio integrato nel portale che il dipendente usa già fa una differenza concreta sull’utilizzo reale.
Come immaginate l’evoluzione del welfare legato al viaggio nei prossimi anni, anche alla luce della discussione sulle soglie dei fringe benefit?
Sulle soglie il quadro per ora è stabile: sono confermate fino al 2027 a 1.000 euro per tutti i dipendenti e a 2.000 euro per chi ha figli a carico. Il dibattito però riguarda solo una parte del welfare. I piani rivolti alla generalità dei dipendenti o a categorie omogenee, con finalità di utilità sociale, non sono soggetti ai limiti dei fringe benefit, e buona parte del viaggio welfare passa da lì.
La differenza tra i due canali è sostanziale. Nei fringe benefit può rientrare quasi qualsiasi bene o servizio, e a volte si vedono utilizzi che si allontanano dallo spirito della norma. I flexible benefit sono più regolamentati e permettono di indirizzare il credito verso i servizi che il legislatore considera rilevanti per il benessere della persona, come il tempo libero e il viaggio. Per questo, più che di soglie più alte, il settore ha bisogno di regole stabili, perché le aziende pianificano il welfare su più anni.
Guardando avanti, ci aspettiamo che il viaggio diventi sempre più un benefit per tutta la famiglia. Perché accada davvero, servirebbe un intervento mirato: consentire anche nei flexible benefit di integrare il credito con mezzi propri, come già avviene di fatto con le gift card nei fringe benefit. Sarebbe un modo semplice per rendere il credito welfare utilizzabile anche per le vacanze più importanti.
I dati sulle prenotazioni si riferiscono alle piattaforme Vadobay e Benefit.Travel di Salabam Solutions nel periodo giugno-agosto 2026, a confronto con lo stesso periodo del 2025. Il dato sul credito medio e sul numero di lavoratori coinvolti è dell’Associazione Italiana Welfare Aziendale (AIWA).
TAG:
Piani welfare, Salabam Solutions, Viaggi welfare, fringe benefit, flexible benefit, famiglie
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