27 Ottobre2026

Buoni pasto e partite IVA: cosa si può dedurre e quali regole valgono per i dipendenti

buoni pasto

I provider di welfare puntano sempre più su professionisti e piccole imprese, con canali di acquisto online e condizioni standard. Ma i buoni pasto convengono davvero a chi ha la partita IVA? La risposta dipende da due fattori: il regime fiscale e la presenza di dipendenti.

Per anni i buoni pasto sono stati uno strumento pensato per le aziende con dipendenti. Oggi, invece, il mercato guarda anche ai lavoratori autonomi e alle micro-imprese. Diversi operatori propongono offerte dedicate alle partite IVA. L’ultima novità in ordine di tempo è DayShop, il canale online con cui Day vende buoni pasto e buoni acquisto a professionisti e PMI, a condizioni standard e senza trattativa commerciale.

L’offerta, quindi, c’è. Resta però da capire quanto convenga davvero. Le regole fiscali, infatti, cambiano molto a seconda di chi acquista i buoni e di chi li utilizza.

Professionisti in regime ordinario: deducibili al 75%, entro il 2%

Il caso più comune è quello del professionista che acquista buoni pasto per sé. Se è in regime ordinario, può dedurne il costo come spesa di vitto, secondo l’articolo 54, comma 5, del TUIR. La deduzione vale per il 75% della spesa, ma entro un tetto: il 2% dei compensi percepiti nell’anno.

Per esempio, con 80.000 euro di compensi il tetto è di 1.600 euro. Se il professionista spende 1.800 euro in buoni pasto, il 75% (1.350 euro) rientra nel limite ed è interamente deducibile. Con una spesa di 3.000 euro, invece, la quota teorica sarebbe 2.250 euro, ma la deduzione si ferma a 1.600.

Anche l’IVA ha le sue regole. Sui buoni pasto acquistati dal professionista l’aliquota è del 10% ed è detraibile se la spesa è inerente all’attività e documentata da fattura. Secondo diverse fonti specializzate, la detrazione vale per i buoni elettronici e non per quelli cartacei.

C’è poi un aspetto che spesso il marketing trascura. La deducibilità è la stessa che si avrebbe pagando il pranzo con il bancomat e conservando la fattura del ristorante. Il vantaggio dei buoni pasto, per il professionista, è quindi soprattutto amministrativo: una sola fattura del fornitore al posto di tanti scontrini e ricevute.

Buoni pasto e regime forfettario: nessun vantaggio fiscale

Il discorso cambia del tutto per chi ha aderito al regime forfettario. In questo caso il reddito si calcola applicando un coefficiente ai ricavi, senza dedurre i costi effettivi. Di conseguenza, l’acquisto di buoni pasto non porta alcun beneficio fiscale.
Per un forfettario, insomma, i buoni pasto restano un modo pratico per pagare il pranzo, ma non un risparmio d’imposta.

Con dipendenti, buoni pasto deducibili al 100%

Quando i buoni pasto vanno ai dipendenti, il quadro è decisamente più favorevole. Per il datore di lavoro, che sia una società o un professionista con collaboratori, il costo è deducibile al 100% come costo del personale. L’IVA, inoltre, è agevolata al 4%, ed è detraibile per i buoni elettronici.

Anche il lavoratore ci guadagna. Dal 1° gennaio 2026, con la Legge di Bilancio 2026, i buoni pasto elettronici non concorrono al reddito fino a 10 euro al giorno, contro gli 8 euro precedenti. Per i cartacei, invece, la soglia resta ferma a 4 euro.

Oltre queste soglie, la parte eccedente viene tassata come reddito da lavoro. Per esempio, su un buono elettronico da 12 euro solo i 2 euro in più sono soggetti a imposte e contributi. La legge, comunque, fissa un limite di esenzione e non obbliga le aziende ad aumentare il valore dei buoni.

Buoni acquisto e fringe benefit: le soglie 2025-2027

Accanto ai buoni pasto ci sono i buoni acquisto, spendibili nei negozi convenzionati per spesa, carburante, abbigliamento e altri beni. Per i dipendenti rientrano nei fringe benefit. Per il triennio 2025-2027 sono esenti da imposte e contributi fino a 1.000 euro l’anno, soglia che sale a 2.000 euro per chi ha figli fiscalmente a carico. Nonostante le ipotesi di raddoppio circolate durante la discussione della manovra, per il 2026 le soglie sono rimaste invariate.

Due dettagli, però, fanno la differenza. Il primo: la soglia più alta non è automatica, perché il dipendente deve dichiarare al datore di lavoro di averne diritto, indicando il codice fiscale dei figli. Il secondo: vale la regola del “tutto o niente”. Se si supera la soglia anche di poco, diventa imponibile l’intero importo, non solo l’eccedenza.

Infine, un professionista può acquistare buoni acquisto anche per omaggiare clienti o partner. In questo caso, però, rientrano tra le spese di rappresentanza, con regole e limiti propri.

Il vero vantaggio è la semplicità

Tirando le somme, i buoni pasto convengono soprattutto a chi ha dipendenti o collaboratori. Lì, infatti, si sommano la deducibilità piena per l’azienda e l’esenzione per il lavoratore. Per il professionista in regime ordinario che li usa per sé, invece, il beneficio fiscale è lo stesso del pranzo pagato con fattura. Conta piuttosto la comodità di una gestione unica. Per il forfettario, infine, il vantaggio fiscale è nullo.

È proprio sulla semplicità che si stanno muovendo i provider. Piattaforme come DayShop puntano su acquisto online, pagamento immediato e fatture scaricabili da un’area riservata. «Un processo semplice, rapido e completamente autonomo che permette di ricevere i buoni digitali in poche ore e i blocchetti cartacei in due giorni», spiega Anna Aisa, responsabile marketing strategico di Day e capo progetto della piattaforma.

Per una piccola impresa che vuole dare un primo benefit ai collaboratori, ridurre la burocrazia può essere l’argomento decisivo.In ogni caso, le regole qui riassunte sono di carattere generale, per il caso concreto conviene sempre un confronto con il proprio commercialista.

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