4 Novembre2026

Violenza economica, il lavoro è il punto cieco

Donna e gestione del denaro, violenza economica

Solo il 39% degli italiani riconosce senza dubbi come violenza economica chiedere al partner di rinunciare a una promozione. L’Osservatorio D di Valore D con SWG fotografa un abuso poco visibile. I suoi effetti, però, arrivano fino in ufficio. Per questo il 52% chiede alle aziende di fare di più.

Chiedere al partner di lasciar perdere una promozione, scoraggiarlo dal frequentare un corso, spingerlo a ridurre l’orario per occuparsi della famiglia. Pochi italiani chiamano questi comportamenti con il loro nome: violenza economica. Anzi, è proprio quando colpisce il lavoro che questa forma di abuso diventa quasi invisibile.

Lo rileva la nuova indagine dell’Osservatorio D, condotta da Valore D con SWG. I dati sono stati presentati ieri alla Camera dei Deputati, al lancio del terzo volume di «Dal silenzio all’azione». Valore D ha avviato la collana nel 2024 e quest’anno il volume affronta proprio questo tema e nasce dalla collaborazione con Global Thinking Foundation.

Che cos’è la violenza economica

Questa forma di abuso passa dal controllo del reddito e dei conti e dall’indebitamento forzato, poi c’è l’esclusione dalle decisioni economiche della famiglia. Inoltre comprende il sabotaggio del lavoro. Sono comportamenti che limitano l’autonomia di chi li subisce e ne aumentano la dipendenza dal partner.

È una delle forme meno visibili della violenza di genere, non lascia segni e raramente porta a una denuncia. Anche per questo le istituzioni hanno iniziato a occuparsene. Ad aprile, infatti, la Commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio le ha dedicato una relazione, approvata all’unanimità; il testo la definisce «una delle manifestazioni più pervasive della violenza di genere».

Violenza economica e lavoro: tutto sotto il 40%

L’indagine ha chiesto quali comportamenti siano, senza alcun dubbio, una vera forma di violenza economica. Il risultato è netto: i tre che riguardano il lavoro restano tutti sotto il 40%.

Quando uno dei partner… Totale Uomini Donne
chiede all’altro di rinunciare a una promozione 39% 34% 44%
scoraggia l’acquisizione di nuove competenze 36% 36% 37%
fa pressioni perché l’altro riduca l’orario di lavoro per occuparsi della famiglia 34% 31% 38%

Sulla promozione, inoltre, il divario di genere arriva a dieci punti, eppure sono proprio questi i segnali che, prima o poi, arrivano in ufficio.

In cima alla lista ci sono invece le forme più note, contrarre prestiti a nome dell’altro, o costringerlo a firmarli, è violenza per il 57%. Al secondo posto, con il 53%, c’è l’obbligo di giustificare ogni spesa. Tuttavia nessun comportamento raccoglie un consenso pieno, e il 12% risponde che «dipende sempre e comunque dai casi».

Scontrini e password, la zona grigia del controllo

Le incertezze, del resto, non riguardano solo il lavoro. Quasi un italiano su due (47%) non considera con certezza violenza l’obbligo di giustificare ogni spesa al partner e anche voler conoscere password e PIN dell’altro convince solo il 46%. Opporsi a un suo conto personale, invece, si ferma al 45%.

Sul piano generale, poi, il Paese si divide. Per il 45% il fenomeno in Italia è riconosciuto, per il 42% resta spesso invisibile, solo il 18% pensa che lo sia in tutte le sue forme. Lo crede il 23% delle donne, ma appena il 13% degli uomini.

C’è infine un terreno che rende tutto più fragile, cioè il rapporto con il denaro. Il 58% delle donne sente gli investimenti e la finanza come argomenti lontani dalla propria portata. Inoltre la metà teme di non avere competenze sufficienti per le decisioni economiche importanti e  il 14% non si sente a suo agio a parlarne con nessuno.

Violenza economica e aziende: in ufficio il denaro resta un tabù

Più di un italiano su due (52%) chiede alle aziende un impegno maggiore. La quota sale al 56% tra le donne e al 60% tra i ceti più fragili. Chi è più esposto, quindi, chiede di più al proprio datore di lavoro. Un terzo (34%) pensa invece che il tema non riguardi le imprese. Tra gli uomini la quota sale al 37%.

Le aziende, però, non sono le sole sotto esame. Il giudizio più severo va alle istituzioni governative, che per il 79% dovrebbero fare di più, e alle scuole (70%). Al contrario, ONG e centri antiviolenza (33%) e forze dell’ordine (30%) ottengono il riconoscimento più alto.

In ufficio, tuttavia, di soldi si parla poco. Solo il 10% si sente a proprio agio a parlarne con colleghi o responsabili. Tra le donne la quota scende al 7%. È un silenzio che rende più difficile intercettare chi è in difficoltà.

Le misure che funzionano secondo gli italiani

Gli intervistati hanno potuto indicare fino a tre iniziative che le aziende dovrebbero adottare. Ecco le più citate:

  • canali di ascolto riservati per segnalare i problemi: 38%;
  • accredito dello stipendio su un conto intestato solo a chi subisce l’abuso: 36%, che sale al 43% tra le donne;
  • formazione di capi e HR per riconoscere i segnali: 34%;
  • orari flessibili e permessi retribuiti per chi deve allontanarsi da una situazione di abuso: 27%;
  • percorsi di formazione sulla gestione del denaro: 25%;
  • sportelli di consulenza finanziaria: 18%, che sale al 25% tra i 18-34enni;
  • anticipi salariali o prestiti agevolati: 17%.

L’accredito su un conto esclusivo compare anche tra le proposte della relazione della Commissione parlamentare. Solo il 13%, infine, pensa che le aziende non debbano occuparsene affatto.

Dal silenzio all’azione: welfare e policy contro la violenza economica

Il volume parte da un’osservazione semplice. Spesso è sul lavoro che i segnali dell’abuso diventano visibili per la prima volta fuori dalla famiglia. Per esempio, richieste ricorrenti di anticipi sullo stipendio, assenze o ritardi sistematici, rinunce a promozioni senza una ragione apparente.

Da qui gli strumenti proposti alle imprese, che parlano il linguaggio del welfare aziendale:

  • una policy dedicata alla violenza economica;
  • la formazione di manager e HR per riconoscere i segnali;
  • misure di welfare economico-finanziario, come la consulenza indipendente o l’accredito dello stipendio su un conto intestato alla lavoratrice;
  • permessi e flessibilità per chi affronta un percorso di uscita dalla violenza, senza perdere reddito;
  • la collaborazione con i centri antiviolenza.

Gli strumenti seguono un percorso in quattro fasi, pensato per aziende a qualsiasi stadio. Il volume, inoltre, prosegue un lavoro avviato da Valore D nel 2024. Allora la policy riguardava la violenza di genere, nel 2025 la violenza online. Sul nostro sito abbiamo raccontato anche un altro strumento dell’associazione per le imprese, l’AI Equity Compass.

C’è poi una scadenza che riguarda tutte le aziende. Il percorso le prepara infatti alla Direttiva europea 2024/1385 sulla violenza contro le donne e la violenza domestica. L’Italia dovrà recepirla entro giugno 2027.

Falcomer (Valore D): «Non voltarsi dall’altra parte»

Per Barbara Falcomer, Direttrice Generale di Valore D, «[…] le aziende hanno una leva che nessun altro ha: gestiscono la retribuzione. Possono accreditare lo stipendio su un conto intestato solo a chi lo guadagna, e garantire permessi retribuiti a chi sta uscendo da una relazione violenta». Secondo Falcomer, quindi, «non si tratta di entrare nella vita privata delle persone, ma di non voltarsi dall’altra parte quando quella vita arriva al lavoro».

Claudia Segre, Presidente di Global Thinking Foundation e curatrice del volume con Valore D, richiama invece la Convenzione ILO n. 190 sul diritto a un lavoro libero da violenza e molestie. L’obiettivo comune, spiega, è «fare del lavoro un presidio di autonomia, dignità e prevenzione». Questo percorso, aggiunge, può rafforzare anche gli indicatori della certificazione della parità di genere.

All’evento è intervenuta la Ministra per la famiglia, la natalità e le pari opportunità Eugenia Roccella. Per la Ministra si tratta di «una forma di violenza molto diffusa che spesso accompagna e anticipa le manifestazioni più evidenti». Roccella ha ricordato anche il reddito di libertà, potenziato e reso strutturale, e il lavoro con microcredito e mondo bancario.

Sul piano normativo, invece, interviene Martina Semenzato, Presidente della Commissione d’inchiesta sul femminicidio, chiedendo di dare alla violenza economica un inquadramento autonomo nel Codice penale. Il 9 ottobre ha presentato alla Camera la proposta di legge A.C. 3136, che introduce l’articolo 572 ter sul «controllo coercitivo» nei confronti di familiari e conviventi.

Al convegno ha partecipato anche Gianni Rosas, direttore dell’Ufficio ILO per l’Italia e San Marino. Infine Banca d’Italia, Agos e InfoCamere hanno raccontato come un’organizzazione può riconoscere questi abusi e affiancare chi li subisce.


L’Osservatorio D in breve Indagine di Valore D con SWG sulla violenza economica. Sondaggio CAWI su un campione rappresentativo nazionale di 800 maggiorenni, condotto dal 30 settembre al 2 ottobre 2026. I dati completi dell’Osservatorio D e il volume «Dal silenzio all’azione – La violenza economica» sono scaricabili dal sito di Valore D.

Cerca

I libri di Wewelfare

Il benessere psicologico

Il benessere psicologico

commenti e interviste

Registrati alla nostra Newsletter