13 Maggio2022

Franca Maino (Secondo Welfare): “potenziare le alleanze per generare reti e favorire sinergie”

Franca Maino

In seguito all’evento Welfare Platform organizzato da Fondazione Feltrinelli, abbiamo raggiunto telefonicamente Franca Maino, Professoressa di Scienza Politica all’Università degli Studi di Milano e direttrice di Percorsi di Secondo Welfare, per fare un punto sulla condizione del welfare aziendale in Italia

Il welfare aziendale è riuscito negli ultimi due anni, spinto anche dall’emergenza sanitaria, a diventare sempre più sociale, aprendosi ai bisogni non solo del personale dipendente ma di un bacino più ampio di persone e bisogni?

Ci sono stati dei progressi e miglioramenti sotto questo profilo. Possiamo infatti individuare delle esperienze virtuose che, al di là dell’emergenza e anche dopo la fase di lockdown del 2020, hanno continuato a utilizzare la leva del welfare aziendale per aiutare i dipendenti, le loro famiglie e i territori di riferimento. Non stiamo parlando però di un fenomeno sistematico né generalizzato: a fare la differenza sono aziende e contesti che già si erano sperimentate con il welfare aziendale e che si sono fatte trovare pronte rispetto allo shock esterno dell’emergenza pandemica. Altre imprese, non avendo maturato esperienze pregresse, hanno fatto più fatica ad adattarsi e a reagire alla crisi.

A che punto è l’interazione con il Terzo Settore? Quanto il mondo non profit è attualmente in dialogo con quello profit?

Quando è il territorio ad attivarsi, l’avvicinamento tra imprese, provider di welfare aziendale e Terzo Settore è più semplice. Un altro canale per favorire questa intermediazione ha a che fare con il fatto che negli ultimi anni abbiamo visto gli enti del Terzo Settore da un lato preoccuparsi dei propri soci e dipendenti offrendo prestazioni di welfare aziendale come le imprese profit, dall’altro attivarsi con funzioni simili a quelle dei provider. Questo è stato possibile anche grazie al dialogo e alle reti collaborative già esistenti tra le cooperative sociali. Nuovi soggetti hanno fatto così il loro ingresso nel mercato del welfare aziendale offrendo risposte concrete – quindi servizi – e cogliendo i bisogni delle famiglie con soluzioni di qualità, incentrate proprio sulle necessità di natura sociale.

Negli ultimi mesi anche il Sud ha visto un’ingente implementazione dei piani di welfare nelle piccole e medie imprese. Il divario regionale è ancora forte o è possibile auspicare un’uniformità delle politiche? In questo processo, quale dovrebbe essere il ruolo delle Regioni?

Temo che il divario sia ancora consistente. Abbiamo visto crescere l’interesse da parte delle aziende del Sud ma c’è ancora molta strada da fare, soprattutto tra le medie e piccole imprese. Le Regioni dovrebbero avere un ruolo di coordinamento e promozione del welfare aziendale in questo. Abbiamo visto negli scorsi anni che Lombardia, Veneto e Piemonte hanno lanciato bandi e stanziato fondi che hanno messo in campo risorse e logiche di intervento in grado di stimolare gli attori sociali nell’attivazione di progetti di welfare aziendale attenti al territorio. Le Reti territoriali per la conciliazione di Regione Lombardia e i bandi legati alla strategia WeCaRe di Regione Piemonte sono un esempio concreto. Ora è auspicabile che anche le Regioni del Centro e del Sud si muovano in questa direzione, spingendo le imprese e le amministrazioni a cooperare congiuntamente.

Quanto la digitalizzazione e l’utilizzo delle piattaforme può facilitare una buona comunicazione, e quindi una maggiore consapevolezza, in materia di welfare e quanto invece rischia di allontanarci dal valore delle relazioni?

La digitalizzazione e le piattaforme di cui si dotano i provider non sono un fine ma uno strumento che può facilitare l’incontro tra la domanda e offerta e favorire tanto l’aggregazione dei bisogni quanto dei servizi. Per quanto riguarda la comunicazione, le piattaforme possono sicuramente svolgere un ruolo importante ma bisogna investire su tre aspetti. Il primo è la personalizzazione, in quanto si tratta di infrastrutture tecnologiche adattabili a tutti i contesti e quindi richiedono una strutturazione specifica che rispetti la natura delle organizzazioni coinvolte. Il secondo aspetto riguarda la flessibilità, cioè la capacità di dare spazio e visibilità a soggetti “a filiera corta”, grazie al dialogo coi fornitori locali; per fare ciò è cruciale evitare di coinvolgere solo i grandi fornitori che tendono ad erogare misure più standardizzate. Infine è necessario puntare sulla fruibilità per semplificare la parte gestionale e amministrativa, ma soprattutto facilitare l’accesso da parte di lavoratori e lavoratrici.

In questa direzione, alcuni progetti e operatori hanno puntato molto nella creazione di sportelli fisici – o social point – per aiutare le persone nell’individuazione dei loro bisogni e, di conseguenza, nella scelta dei servizi presenti sulla piattaforma ma anche nel territorio. Questo processo può essere anche supportato dalla presenza di professionisti specifici, come i Welfare Manager, che hanno le competenze per l’ascolto e l’orientamento delle persone.

Pandemia e guerra rischiano di mettere in crisi il sistema economico e la vita di molte imprese. Quindi potrebbero diminuire le risorse disponibili per il welfare aziendale… Un rischio reale? Lei lo condivide? Come lo si può arginare?

Il rischio c’è: entrambi le crisi, prima quella sanitaria e ora quella dovuta al conflitto in Ucraina, colpiscono molte aziende che potrebbero quindi mettere in discussione le scelte in materia di investimento nei piani di welfare. Ci possono essere però nuove opportunità che riguardano da un lato il Family Act e dall’altro il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). Il Family Act prevede un rafforzamento delle misure di welfare aziendale e di bilanciamento dei tempi di vita e di lavoro; ora il Parlamento avrà due anni di tempo per intervenire in questa direzione. Non sappiamo ancora invece se ci saranno dei bandi o finanziamenti ad hoc attraverso il PNRR. Per il momento però le linee guida per l’attribuzione dei punteggi per l’assegnazione delle risorse mettono in luce come si terrà conto anche degli investimenti fatti dalle organizzazioni sul piano dell’armonizzazione dei tempi, della parità e dell’inclusione.

Il Presidente del Consiglio Draghi ha poi annunciato la disponibilità da parte del Governo di risorse aggiuntive, quindi sono convinta che la maggior parte delle imprese continueranno a dedicare attenzione al tema. In ogni caso, la sfida rimane quella di potenziare le alleanze tra vari soggetti, dalle imprese alle parti sociali, dal Terzo Settore alle istituzioni pubbliche per generare reti e favorire sinergie. L’Assessore al welfare del Comune di Milano (Lamberto Bertolé ndr), durante l’evento organizzato dalla Fondazione Feltrinelli, ha proprio ribadito l’importanza di queste alleanze lanciando la proposta di provare a fare partnership a partire dalla piattaforma WEMI – uno dei progetti di “platform welfare” più innovativi oggi in circolazione – su cui ha ampiamente investito il Comune negli ultimi anni per rispondere in maniera tempestiva ai bisogni delle persone.

Lucia Medri

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