Treu: “Sì al ritorno dello Stato purché insieme al privato”

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Per non poche aziende il virus potrebbe aiutare a migliorare le prestazioni… Ne parliamo con Tiziano Treu, presidente del Cnel, ed ex ministro del Lavoro

Riecco lo Stato. Dopo l’ondata liberista che ha investito e contagiato tutto il mondo, dopo il verbo della globalizzazione che sembrava aver allentato il ruolo e le attese degli Stati nazionali, riecco lo Stato. Il bisogno di Stato, la richiesta di Stato. «Più ancora di un ritorno alla centralità del pubblico, in senso lato, stiamo assistendo a una richiesta planetaria di più Stato». Tiziano Treu, presidente del Cnel, ex ministro del Lavoro, osservatore privilegiato da sempre dell’evoluzione dei sistemi di protezione sociale e dell’organizzazione del lavoro, ha una visione forte, ma non apocalittica: «C’è motivo di credere che si tratti di un effetto, il più clamoroso, dell’emergenza che stiamo attraversando; ma tutto fa ritenere che ci sarà un riequilibrio da parte del settore privato, non appena potremo metterci alle spalle la fase 1». Proprio nel suo ruolo attuale, al vertice del Consiglio Nazionale dell’economia e del lavoro, Treu è testimone di una progressiva ricognizione dei settori produttivi, attraverso le informazioni raccolte direttamente dalle parti sociali, dalle confederazioni e dalle forze produttive maggiormente rappresentative che sono presenti in Consiglio. Il Cnel, che ha predisposto una prima informativa alle Camere per i settori del turismo e logistica/trasporti, provvederà poi a un’analoga indagine sui segmenti dell’agricoltura e ovviamente della sanità. «Si è parlato molto dei tagli alla sanità – aggiunge ed eccepisce Treu – ma si è speso comunque tanto, sia da parte del pubblico, sia da parte del privato. Non si è speso bene. II problema della sanità non sono solo le risorse che si mettono in campo, ma il modo in cui si spende. In particolare, si è speso poco o nulla per la prevenzione sanitaria sul territorio. Conta l’organizzazione. I flussi finanziari non possono essere sufficienti per giudicare la buona o cattiva sanità. A volte si è forse ecceduto con lo spazio ai privati: penso al modello Lombardia, che in questa circostanza ha mostrato qualche fragilità in più rispetto al Veneto, per esempio».

Treu, dunque più Stato e meno mercato? Davvero avremo una retromarcia improvvisa, rispetto al pensiero unico di questi ultimi anni?

«Ma no. Anzitutto ricordiamo i grandi numeri. Ci sono circa 12 milioni di lavoratori italiani che utilizzano in modi diversi le prestazioni di sanità integrativa. E poco più di 8 milioni sono quelli che hanno aderito alla previdenza complementare. Quindi il mix pubblico-privato c’è, ed è forte oltre che radicato».

E rispetto alle nuove frontiere che si sono immaginate, penso al welfare aziendale? Nel 2016 si passò dal welfare aziendale dei pionieri, al welfare aziendale di massa. Oggi che cosa resta? Domani che cosa accadrà di questo nuovo mercato?

«La leva della defiscalizzazione ha fatto intravedere la forza dei piani di welfare aziendale. Ma forse si è confusa la quantità con la qualità delle iniziative. Il valore del welfare aziendale si misura non solo sulla sua diffusione, ma anche sulla qualità delle misure concretamente attuate, cioè sulla loro aderenza al benessere dei lavoratori e, indirettamente, sul contributo che possono dare alla coesione della comunità aziendale. Le rilevazioni sulla qualità e sulla distribuzione di benefit sono parziali, perché le fonti disponibili si concentrano soprattutto sulle dimensioni quantitative del welfare e dedicano poche riflessioni ai contenuti delle misure e all’impatto che esse hanno sulle relazioni 250 fra lavoratori e imprese».

E tuttavia, a quanto risulta dalle varie indagini il bilancio 200 dell’esperienza fin qui trascorsa essa si presenta diseguale anche per questo aspetto.

«Vero. Abbiamo registrato un centinaio di prestazioni diverse che a diverso titolo fanno parte dei piani di welfare adottati nelle imprese. Forse è un ventaglio un po’ troppo ampio. E non tutto merita la defiscalizzazione. Il debito pubblico sta schizzando, una razionalizzazione è inevitabile».

E ci saranno meno risorse da mettere nel “portafoglio welfare” dei dipendenti della gran parte delle aziende.

«Ho qualche dubbio. Per alcune aziende gli spazi di manovra potranno addirittura crescere. È vero che chi andava male potrebbe andare peggio, dopo questa fase di stallo dell’economia. Ma è altrettanto vero che chi andava bene, potrebbe andare meglio. Con soddisfazione anche dei dipendenti di queste imprese che sapranno meglio di altre affrontare i cambiamenti, i nuovi impatti con la tecnologia, i nuovi sbocchi di mercato. Le aziende che reagiscono meglio sono quelle che hanno saputo innovare e assorbire l’innovazione, anche tecnologica».

Il futuro del welfare aziendale sarà in gran parte agganciato alla contrattazione, nazionale, di territorio o aziendale. Le parti sociali sono pronte a tale passaggio?

«Purtroppo per i rinnovi contrattuali credo che dovremo aspettare un po’, anche per quelle categorie che sarebbero state chiamate al rinnovo proprio in questi tempi. Penso ai metalmeccanici, che proprio al Cnel, lo scorso autunno, hanno aperto il loro confronto. Però vedo segnali confortanti di dialogo. A esempio per gli accordi che ci arrivano, in relazione alle prossime auspicate riaperture. I protocolli di sicurezza si stanno dimostrando una buona occasione di dialogo. E di intesa. Se il nuovo welfare aziendale riparte dai contratti può ripartire più forte».

Marco Barbieri

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