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Torselli (Jointly): il people caring riparte dalla genitorialità

AIWA

Centrale per le azioni welfare di Jointly è il tema della famiglia. In un’intervista apparsa su Fortune Italia, Silvia Torselli, Responsabile offerta e People caring del provider, ne spiega i principi per il sostegno e la formazione dei figli

La rete di protezione della famiglia è cambiata. Sono cambiate le famiglie, non solo in relazione al fenomeno della denatalità, ma anche con riguardo alle condizioni abitative: la convivenza di tre generazioni è sempre meno abituale; le dinamiche familiari stesse sono molto più liquide; il sostegno “esterno” anche di tipo culturale è profondamente cambiato. Per chi si propone di offrire un sostegno alle nuove forme di welfare il tema della famiglia e della genitorialità in particolare diventa centrale. Lo è per Jointly, uno dei principali provider di welfare aziendale attivi in Italia. Lo è per Silvia Torselli, Responsabile offerta e People caring di Jointly (qui l’intervista apparsa su Fortune Italia).

“In una recente indagine che abbiamo condotto, in collaborazione con l’Università Cattolica, è emerso che l’80% degli oltre 30mila lavoratori intervistati, ritiene che il welfare aziendale sia un aiuto a risolvere i problemi di cura e conciliazione vita-lavoro” spiega Torselli. E aggiunge: “Circa la metà (47%) dei lavoratori ha almeno un figlio in età scolare; l’85% chiede un supporto specifico per figli in età scolare, possibilmente differenziato in base all’età dei figli. In particolare, in questo momento drammatico dal punto di vista dell’emergenza sanitaria e sociale, il 79% dei lavoratori sta vivendo l’esperienza Covid in condizione di maggiore stress legato al proprio ruolo di genitore”.

Si spiega anche così l’attenzione alla genitorialità, all’interno dell’orizzonte del people caring.

“L’assistenza e la cura dei familiari è un elemento centrale di attenzione per chi lavora, e non può non esserlo per le aziende. Il pacchetto di servizi proposto su questo fronte è assai articolato. Dal baby-sitting ai corsi di lingue, dal supporto pedagogico alle diverse forme di sostegno allo studio. Si tratta di servizi e prestazioni comprese nel catalogo che l’azienda mette a disposizione dei dipendenti: A questo si aggiungono le offerte unilaterali dell’azienda, come l’assegnazione di borse di studio”.

Il mondo dell’istruzione e della formazione dei figli è un aspetto qualificante per i piani di welfare aziendale.

“Ci sono approcci più o meno innovativi, da azienda a azienda. I temi del welfare aziendale si incrociano con quelli di comunicazione interna e di employer branding. All’interno del programma di people caring da qualche anno proponiamo un servizio che abbiamo chiamato “Professione genitori”.

In che cosa consiste?

È un supporto articolato alla crescita dei figli. In maggio partirà la nuova edizione del programma. Consiste in quattro diversi moduli, a seconda dell’età e delle problematicità dei figli. Una delle caratteristiche è la proposta interaziendale”.

Nel senso che si tratta di un programma fruibile contestualmente dai figli di genitori che lavorano in aziende diverse?

“Esatto. È un prodotto che abbiamo elaborato facendo tesoro della nostra specificità: il “welfare condiviso”. Ci sono problemi comuni a tutti, a prescindere dall’azienda in cui si è inseriti. E spesso è utile condividere esperienze a livello di community. Un modo per mettere a sistema tutte le risorse disponibili e per ottimizzarle. Ci sono aziende che inseriscono questo programma nel catalogo self care, altre che lo propongono on top”.

La pandemia ha acuito la percezione dei propri bisogni. Quello della cura delle persone, così come quello della qualità della comunicazione, si sono affermati più fortemente. Non c’è il rischio di un’altra forma di standardizzazione?

“Bisogna saper incontrare il bisogno specifico delle persone. Bisogna conoscere i propri dipendenti e ascoltarli. L’integrazione vita-lavoro deve essere modulata nella concretezza delle situazioni. I progetti sulla genitorialità possono essere sviluppati in aziende nelle quali il tasso di genitori, tra i dipendenti, sia significativo. E ancora cambierà in relazione all’età anagrafica dei genitori e dei figli. Nel suo complesso l’emergenza sanitaria ha manifestato la necessità di rafforzare le reti di protezione. Dove ci sono meno nonni è più forte il bisogno di sostegno ai genitori. In questa evoluzione dei welfare per le aziende è importante saper mixare adeguatamente la richiesta di sostegno economico (dal pagamento di una baby-sitter a quello di un nido), con quella di servizi più soft, ma altrettanto essenziali. Il care giving dipende dall’età e dalle caratteristiche della popolazione aziendale”.

Marco Barbieri

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