6 Novembre2026

Liberi professionisti e malattia, le tutele da estendere ai contributi

De Bertoldi

Dal 2022 le scadenze fiscali dei liberi professionisti si fermano in caso di ricovero. I contributi previdenziali restano però esclusi, e l’applicazione della norma, denunciano le categorie, si è rivelata troppo rigida. Ne discutono Andrea de Bertoldi, presidente LCD (liberali cristiano-democratici), deputato della Lega e primo firmatario della legge, e Marco Natali, presidente di Confprofessioni.

Che cosa succede quando a fermarsi per una malattia è chi lavora in autonomia? Per i liberi professionisti un ricovero non comporta soltanto la perdita del reddito, perché le scadenze dei clienti continuano a correre e con loro il rischio di sanzioni. Dal 2022 la legge di Bilancio prevede la sospensione dei termini per gli adempimenti tributari in caso di malattia grave o infortunio. Il Collegato lavoro, poi, ha esteso la tutela al parto e al ricovero d’urgenza dei figli minori.

Restano però scoperti i contributi previdenziali, così come gli adempimenti processuali e amministrativi. Per capire a che punto sia il percorso e che cosa manchi ancora per un vero welfare delle professioni, ne abbiamo parlato con Andrea de Bertoldi, presidente LCD (liberali cristiano-democratici), deputato della Lega e primo firmatario della norma, e Marco Natali, presidente di Confprofessioni, la confederazione che rappresenta le libere professioni.

Andrea de Bertoldi, le tutele dei liberi professionisti vanno estese alla previdenza

Onorevole de Bertoldi, lei ripete spesso che un libero professionista non può ammalarsi. Che cosa significa, concretamente, fermarsi per una malattia o un infortunio quando si lavora in autonomia?

«Molte situazioni che in un rapporto di lavoro dipendente possono sembrare scontate, per chi svolge una libera professione non lo sono affatto. Il professionista, giustamente, assume su di sé il rischio del lavoro autonomo. Non possiamo però continuare ad accettare che un problema di salute possa determinare, oltre alla perdita di guadagno, anche il rischio di sanzioni legate al mancato rispetto degli adempimenti».

Quali conseguenze può avere una malattia per i liberi professionisti che devono rispettare delle scadenze fiscali?

«La situazione era particolarmente delicata per le professioni tributarie, perché se il professionista, a causa di una malattia o di un infortunio, non riusciva a rispettare una scadenza fiscale, il cliente rischiava una sanzione e il professionista poteva essere chiamato a risponderne. Per evitare che un problema di salute si trasformasse anche in un danno per il cliente, si è resa necessaria una tutela specifica».

Quali risultati sono stati raggiunti finora?

«Fin dalla scorsa legislatura mi sono battuto in Senato per porre rimedio a questa situazione. Nel dicembre 2021, durante l’esame della legge di Bilancio 2022, è stata approvata una mia proposta che prevede il differimento dei termini in caso di malattia o infortunio del professionista, e in questa legislatura siamo riusciti a estendere la tutela anche ai casi che riguardano i figli minori e alle complicazioni legate alla gravidanza e al parto. Il bilancio, quindi, è sicuramente positivo».

La tutela, però, è ancora limitata ad alcuni ambiti.

«Per esigenze di copertura la tutela è rimasta limitata agli adempimenti tributari. Bisogna adesso lavorare per estenderla anche alla materia previdenziale, coprendo così un ambito di particolare interesse per le professioni economico-contabili, e penso poi agli ambiti urbanistico e amministrativo, nonché ai procedimenti civili e penali».

Se dovesse indicare una sola misura da approvare nei prossimi dodici mesi, quale sarebbe?

«Oltre all’estensione delle tutele per i professionisti malati o infortunati, vorrei indicare una mia storica battaglia, cioè utilizzare la leva fiscale per favorire gli investimenti finanziari nell’economia reale e nelle nostre piccole e medie imprese. Penso all’ingente risparmio degli italiani e alle risorse investite dai fondi e dalle casse di previdenza».

Marco Natali, una legge per i liberi professionisti «svuotata da un’applicazione troppo formale»

Presidente Natali, dal punto di vista dei liberi professionisti, la sospensione dei termini tributari ha funzionato? E quali limiti avete riscontrato?

«La sospensione dei termini tributari ha rappresentato un passo storico per i diritti dei lavoratori autonomi, perché afferma un principio fondamentale, secondo cui anche il libero professionista, come qualsiasi lavoratore, ha diritto di astenersi dal lavoro quando ne è impedito da gravi cause di forza maggiore.

L’applicazione pratica ha però evidenziato pesanti limiti operativi e rigidità burocratiche, che ne hanno ridotto drasticamente l’efficacia. È accaduto, per esempio, che gli uffici locali del Fisco interpretassero la norma in modo così restrittivo da negare la sospensione persino a una professionista ricoverata in terapia intensiva. La tutela, inoltre, vale soltanto per i clienti che hanno conferito il mandato prima della malattia, e dimostrarne la data certa, quando il rapporto è gestito in modo continuativo e senza rinnovi formali, ha creato complicazioni documentali e il rischio concreto di vedersi respingere la pratica per motivi puramente burocratici.

C’è poi il problema dei tempi, perché la sospensione copre soltanto le scadenze che cadono nei sessanta giorni successivi all’evento, una finestra del tutto insufficiente per le malattie oncologiche o croniche, che richiedono cicli di cure ben più lunghi. Senza contare che, proprio nel momento di massima fragilità, il professionista o i suoi familiari devono inviare via Pec o raccomandata agli uffici della Pubblica amministrazione certificati medici, cartelle cliniche e mandati dei clienti.

La legge, insomma, è nata con ottimi presupposti, ma è stata svuotata da un’applicazione troppo formale, che conferma quella sensazione del “tutti si possono ammalare, noi no” di cui parla spesso l’onorevole de Bertoldi».

Confprofessioni sostiene l’estensione agli adempimenti contributivi. Quali sono gli ostacoli e come si possono superare?

«Chiediamo che la sospensione comprenda anche i termini legati all’Inps e alle Casse di previdenza dei professionisti. Si tratta di casi molto gravi, e quindi limitati nel numero, nei quali è in gioco un principio di equità, di civiltà e di tutela della salute del lavoratore, anche quando è un libero professionista. Chiediamo inoltre di rivedere il limite dei sessanta giorni, così da coprire in modo adeguato le patologie a lungo decorso, di estendere la tutela all’assistenza di figli o coniugi con disabilità o malattie gravi e di semplificare l’onere della prova, accettando la certificazione standard dell’Asl o del medico curante senza interpretazioni restrittive da parte degli uffici.

A nostro avviso il nodo vero è di natura finanziaria, perché sospendere le scadenze previdenziali incide direttamente sui flussi di cassa degli enti, e i ministeri vigilanti temono per la sostenibilità dei bilanci delle Casse e dell’Inps, già messi alla prova dal calo degli iscritti attivi. Per superare questa obiezione basterebbe che l’estensione funzionasse come quella fiscale, cioè come una sospensione temporanea e non come una cancellazione del debito. Il professionista non chiede di non pagare i contributi, ma soltanto di poterli versare senza sanzioni alla fine della convalescenza, e in questo modo l’impatto si azzererebbe nell’arco dello stesso esercizio finanziario.

Le Casse, del resto, hanno già l’autonomia regolamentare per introdurre nei propri statuti una sospensione analoga per l’iscritto malato, senza attendere un intervento del legislatore, e nei casi più gravi potrebbero finanziare la copertura dei contributi figurativi attingendo ai propri fondi di riserva assistenziali o rimodulando una minima quota del contributo integrativo».

Il contratto collettivo degli studi prevede un welfare per i dipendenti. Esistono strumenti che tutelano anche il titolare quando è lui ad ammalarsi?

«Uno studio professionale è un’organizzazione che spesso dipende in misura determinante dal professionista, e quando è il titolare ad ammalarsi le conseguenze non riguardano soltanto il suo reddito, ma coinvolgono collaboratori, dipendenti e la continuità stessa dei servizi offerti ai clienti. Esistono già sistemi di welfare e coperture assicurative, ma è necessario rafforzare un approccio che consideri anche il rischio di interruzione dell’attività, con strumenti di protezione del reddito e coperture per l’inabilità temporanea.

Con questo obiettivo, nel 2015, Confprofessioni ha costituito la Gestione Professionisti di Ebipro, che estende anche a titolari di studio, soci e liberi professionisti le tutele del welfare bilaterale storicamente riservate ai dipendenti. Le coperture sono automatiche per chi applica il contratto degli studi professionali e volontarie per tutti gli iscritti a una Cassa, anche se privi di dipendenti, perché proteggere il professionista significa proteggere il lavoro che genera e l’organizzazione che ha costruito».

Il welfare guarda quasi sempre al lavoro dipendente. Che cosa manca per costruire un vero welfare dei liberi professionisti, più legge, più contrattazione o entrambe?

«Serve un intervento su entrambi i fronti, perché il welfare dei liberi professionisti deve rispondere a esigenze che non sempre coincidono con quelle del lavoro dipendente. La legge è fondamentale per riconoscere diritti e superare le disparità di trattamento, mentre la contrattazione può dare risposte più vicine alle esigenze concrete degli studi, anche attraverso gli strumenti della bilateralità.

C’è poi un elemento decisivo, che è la valorizzazione del ruolo delle Casse di previdenza insieme a un coordinamento più forte tra istituzioni, rappresentanze delle professioni e parti sociali. Non si tratta di trasferire al lavoro autonomo modelli pensati per il lavoro dipendente, ma di costruire un sistema capace di riconoscere le specificità delle professioni, perché la qualità delle tutele non può dipendere dal fatto di essere dipendenti o autonomi».

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