4 Dicembre2020

Smart working e non solo. Tutte le modalità del lavoro da remoto

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Smart working, agile working, forme di lavoro da remoto e telelavoro: differenze ed elementi comuni analizzati da Cristina Sofia, Prof.ssa Reti Sociali e Stili di Vita, Università La Sapienza di Roma nel suo intervento a Brain at work – Fiera del Lavoro Digitale

Attualmente si cerca di guardare al futuro tanto che molte aziende ed enti pubblici vorrebbero mettere a regime i modelli di lavoro adottati, avviando una fase di “new normal” che sia rispettosa delle aspettative dei lavoratori e delle abitudini di lavoro da remoto avviate nel periodo dell’emergenza sanitaria. Le stime dicono che circa il 70% delle aziende che hanno sperimentato modalità di lavoro smart sono orientate ad aumentare nel prossimo futuro gli accessi a questo modello operativo (Osservatorio sullo smart working del Politecnico di Milano).

Questo l’assunto di partenza dell’intervento di Cristina Sofia, Prof.ssa Reti Sociali e Stili di Vita, Università La Sapienza di Roma ospitato all’interno della scorsa XXVII Edizione in chiave totalmente digitale della fiera Brain at Work. Il network, che dal 2000 crea un ponte tra il mondo accademico e quello del lavoro, ha permesso ai protagonisti di grandi aziende, PA, docenti e consulenti di interlocuire a proposito delle nuove frontiere del lavoro ai tempi del Covid 19 analizzando le potenzialità e i limiti dei nuovi scenari.

Lo smart working è un modello di lavoro flessibile che non prevede vincoli in merito al luogo e all’orario di svolgimento della prestazione lavorativa. Si attua grazie all’uso di strumenti tecnologici che possono essere sia di proprietà del lavoratore, che forniti dall’azienda. Questo tipo di lavoro stabilisce che siano definite congiuntamente, dal lavoratore e dal datore di lavoro, le modalità organizzative e i risultati attesi per lo svolgimento delle attività. Per la declaratoria dettagliata di questo istituto giuridico si rinvia alla legge 81 del 22 maggio 2017.

Con il termine agile working si individua invece un vero e proprio stile lavorativo, sempre improntato alla flessibilità, ma con maggiori gradi di libertà. Prevede la ridefinizione dei rapporti di potere all’interno dei contesti lavorativi e spezza il modello organizzativo gerarchico proprio di molte aziende, puntando su uno stile di leadership condivisa e sulla responsabilizzazione dei lavoratori che possono svolgere le attività previste in base a obiettivi condivisi, in piena libertà.

Vi sono poi altre locuzioni recentemente entrate in uso per definire il lavoro svolto da remoto.

Nel periodo della pandemia, in cui si è realizzata una diffusa applicazione di quello che viene generalmente definito smartworking, ma che di fatto smartworking non è, proprio perché non consente di fatto la flessibilità prevista da modello lavorativo sopra descritto, sono state coniate nuove definizioni di ‘lavoro da casa’.

In proposito si parla di home working, home office, working from home, remote working ma anche di covid working per indicare, in modo più specifico, la condizione di eccezionalità delle modalità di lavoro attuate e fare riferimento ai vincoli di confinamento domestico imposti dall’emergenza sanitaria che, in pratica, ha spinto in modo forzoso all’applicazione del lavoro da remoto su larga scala.

Altre definizioni a cui possiamo fare riferimento sono activity based working che corrisponde a una modalità di lavoro che prevede l’adozione della flessibilità, sulla base di specifici compiti da svolgere, e flexible working, un modello adottato in Olanda e in Gran Bretagna, che include anche il job sharing, ovvero una modalità operativa che coinvolge più soggetti che condividono un unico posto di lavoro, alternandosi.

In tutti questi casi alla flessibilità lavorativa si coniuga la ricerca del benessere da parte dei lavoratori, orientati a un work-life balance rispettoso degli stili di vita dei singoli.

Tutto ciò si è attuato grazie alla trasformazione del mercato del lavoro, attraverso la digitalizzazione di molti processi, alla diffusione su larga scala degli strumenti tecnologici e alla crescente alfabetizzazione digitale dei lavoratori.

Le definizioni che abbiamo elencato non sono però utilizzabili alternativamente, perché non sono sinonimi, piuttosto esprimono aspetti diversi della flessibilità lavorativa che si realizza tutte le volte in cui si attuano azioni per andare incontro sia agli interessi delle imprese che a quelli dei lavoratori, sempre nel rispetto delle forme contrattuali.

Infine, giova ricordare cosa si intenda per telelavoro. Questo istituto giuridico che viene formalizzato in Italia con la legge 191 del 1998, corrisponde a una forma di lavoro da remoto che vincola il dipendente all’espletamento delle proprie funzioni da casa, entro un orario di lavoro prestabilito. In questo caso quindi non viene riconosciuto lo stesso grado di flessibilità accordato agli smartworker nello svolgimento delle attività lavorative, soprattutto in riferimento agli spazi e ai tempi di lavoro.

È opportuno sottolineare che le definizioni di telelavoro e/o smart working variano da paese a paese, e che in alcuni casi vengono utilizzate anche in modo improprio a causa della carenza di modelli lavorativi differenziati all’interno dei contesti locali. Questo rende difficile, ovviamente, fare comparazioni tra le esperienze intraprese e valutarne la portata.

Cristina Sofia

Prof.ssa Reti Sociali e Stili di Vita, Università La Sapienza di Roma

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