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Welfare Italia Forum: 41,5 miliardi di welfare dal PNRR entro il 2026

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Rapporto 2021 del Think Tank “Welfare Italia”: l’analisi dell’executive summary in dieci punti.

1. IN ITALIA IL WELFARE ASSORBE 576,2 MILIARDI DI EURO DI SPESA PUBBLICA, PARI AL 66,2% DELLA SPESA PUBBLICA TOTALE

In Italia, il welfare è la principale voce di spesa pubblica con 576,2 miliardi di Euro (il 66,2% della spesa pubblica) includendo i 3 pilastri “tradizionali” (Sanità, Politiche Sociali, Previdenza) e l’Istruzione, con un aumento di oltre 4 punti percentuali rispetto al 2009. Al 2019 la componente previdenziale assorbe circa la metà delle risorse: il 51,3% della spesa sociale totale. Segue la spesa sanitaria (20,1%), quella in politiche sociali (16,5%) e la spesa in istruzione (12,1%). Rispetto al 2009, il peso relativo dell’istruzione ha subito la variazione peggiore (-2,1 punti percentuali), seguita dalla sanità (-1,6 punti percentuali). Al tempo stesso, le politiche sociali sono cresciute di 2,8 punti percentuali, l’aumento più significativo nell’ultimo decennio. Il confronto europeo conferma lo sbilanciamento della spesa dell’Italia sulla componente previdenziale: l’Italia è infatti il primo Paese tra i Big5 europei per incidenza della spesa in previdenza rispetto al PIL (16,5%, rispetto ad una media del 12,6% dell’Eurozona). Al contrario, il valore dell’Istruzione incide solo per il 3,9% del PIL italiano, rispetto ad una media dell’Eurozona pari a 4,6%.

 

 

2. LA CRISI COVID-19 HA INDOTTO UN INCREMENTO GENERALIZZATO DI TUTTA LA SPESA IN WELFARE SIA NEL 2020 CHE NEL 2021

Secondo le stime del Think Tank “Welfare, Italia”, la crisi COVID-19 ha indotto un incremento generalizzato di tutta la spesa in welfare nel 2020. In particolare, il principale aumento è stato registrato dalla spesa per politiche sociali (+36%), che supera per la prima volta i 100 miliardi di Euro. Seguono la previdenza (+2,5%, superando i 300 miliardi di Euro) e l’istruzione (+2,1%). Per quanto riguarda la spesa sanitaria, i valori a consuntivo del 2020 Sanità Politiche sociali Previdenza riportano un aumento del +6,6% portando la spesa totale a superare i 120 miliardi di Euro. Tra i principali fattori sottostanti all’aumento della spesa in welfare rientrano le varie misure adottate dal Governo per fronteggiare l’epidemia, come il ricorso alla cassa integrazione, la sospensione dei termini degli adempimenti fiscali e contributivi e i ristori per le attività economiche. Al 2021 si stima che la spesa previdenziale assorbirà il 49% delle risorse di welfare, in diminuzione di 2,3 punti percentuali rispetto ai valori del 2019 attestandosi su valori più bassi anche del 2009 (49,7%). Tale variazione è riconducibile in primis all’incremento relativo delle politiche sociali, rispetto ai valori del 2019, che nel 2021 potrebbero arrivare ad assorbire quasi 1/5 delle risorse totali.

3. L’UNIONE EUROPEA HA FORNITO FIN DA SUBITO UN SOSTEGNO ECONOMICO SENZA PRECEDENTI, ABILITANDO RISORSE PER 897 MILIARDI DI EURO TRAMITE SURE E NEXT GENERATION EU.

Per affrontare le conseguenze della crisi indotta dal COVID-19, l’UE ha messo a disposizione dei Paesi membri una prima linea di supporto attraverso lo strumento europeo di sostegno temporaneo per attenuare i rischi di disoccupazione in emergenza (SURE). L’importante innovazione rispetto al ruolo europeo è costituita dal fatto che i prestiti (per un ammontare di 90,3 miliardi di Euro) sono stati finanziati tramite emissione di social bond da parte della Commissione Europea, delineando uno dei primi strumenti di debito comune emesso dai Paesi membri.

L’altro grande intervento europeo è costituito dall’istituzione di Next Generation EU, uno schema finanziario di medio-lungo termine (2021-2026) volto a rispondere alla crisi COVID-19. Tramite diversi meccanismi (tra cui Recovery and Resilience Facility e React- EU) Next Generation EU destinerà ai Paesi membri 806,9 miliardi di Euro in prestiti e sovvenzioni, finanziati da titoli di debito garantiti dall’Unione Europea (confermando, di fatto, la linea tracciata dal SURE nel processo europeo di integrazione fiscale). Nella visione della Commissione Europea sono tre i programmi che dovranno guidare gli sforzi congiunti verso un’Europa sociale forte e coesa: 1) il quadro finanziario pluriennale (QFP) 2021-2027; 2) Next Generation EU; 3) il Pilastro dei diritti sociali.

4. IL PNRR DESTINERÀ 41,5 MILIARDI DI EURO PER GLI INTERVENTI E LE RIFORME STRETTAMENTE LEGATI AL WELFARE.

Per accedere alle risorse di Next Generation EU, i Paesi membri hanno dovuto predisporre un Piano dettagliato di riforme e investimenti, ovvero il Recovery and Resilience Plan (RRP), dedicando almeno il 37% della dotazione finanziaria complessiva a interventi legati alla transizione energetica e il 20% a interventi dedicati al digitale. Considerando il totale di fondi veicolati attraverso la Recovery and Resilience Facility, l’Italia è il primo Paese beneficiario dello strumento per un totale di 191,5 miliardi di Euro, tra sovvenzioni (68,9 miliardi di Euro) e prestiti (122,6 miliardi di Euro), ovvero 2,7 volte gli importi richiesti dalla Spagna, 4,8 volte gli importi richiesti dalla Francia e 7,4 volte gli importi richiesti dalla Germania. Con specifico focus rispetto ai fondi destinati al welfare, il Think Tank “Welfare, Italia” stima che il PNRR vi destinerà non meno di 41,5 miliardi di Euro, pari al 22% del totale, grazie alle azioni previste nelle Missioni 4, 5 e 6.

1 Sono escluse le risorse di React-EU e del fondo complementare, delle quali non sono forniti i dettagli di spesa per i singoli investimenti

Le risorse del PNRR e la visione europea delineano un’opportunità storica per il rilancio dell’Italia e per un adattamento evolutivo del suo sistema di welfare verso un modello di precisione. Allo stesso tempo, vi sono dei punti aperti che il Paese deve affrontare per poter efficacemente concretizzare le potenzialità offerte dallo scenario, tra cui la limitata capacità di spendere le risorse provenienti dai canali europei e l’adeguata valorizzazione del contributo e delle esperienze positive del settore privato, profit e no-profit.

5. IL LAVORO È PRECONDIZIONE PER GARANTIRE LA CAPACITÀ REDISTRIBUTIVA DEL WELFARE.

Per il rilancio dell’Italia e del suo sistema di welfare, è di fondamentale importanza affrontare il tema del lavoro, ampliando in maniera sostanziale l’attuale base occupazionale e assicurando inclusione e tutela dei lavoratori. La capacità redistributiva del sistema di welfare, infatti, è sostenibile se vi sono risorse economiche da redistribuire, e il lavoro rappresenta una delle modalità principali attraverso cui è possibile generare tali risorse. Nell’ultimo anno, tuttavia, la crisi ha inceppato il meccanismo, generando una “doppia tenaglia” per il sistema di welfare: da una parte, rallentamento dell’economia (che ha fornito minori risorse al welfare) e, dall’altra, crescita della domanda di protezione sociale (e quindi maggiore spesa). Infatti, la crisi COVID-19 ha generato in Italia una diminuzione del 2,0% del numero di occupati e un aumento del +5,1% del numero di inattivi, in entrambi i casi superiori alla media UE (-1,4% e +1,9% rispettivamente). Come conseguenza del minor lavoro (-6,1% in termini di settimane lavorate), nonché delle diverse sospensioni degli adempimenti introdotte dal Governo, l’INPS nel 2020 ha ricevuto 204 miliardi di Euro di contributi sociali, ovvero 12,1 miliardi di Euro in meno rispetto all’anno precedente (-5,6%).

Allo stesso tempo, i provvedimenti adottati nel 2020 e nel 2021 per fronteggiare l’emergenza COVID-19 hanno prodotto un aumento dell’indebitamento netto della P.A. pari a 1.132 miliardi di Euro nel 2020, 398 miliardi di Euro nel 2021, e una media di 83 miliardi per il triennio 2022-2024, in larga parte riconducibili alle misure per le imprese e il lavoro.

6. IL MERCATO DEL LAVORO IN ITALIA PRESENTAVA CRITICITÀ STRUTTURALI GIÀ PRIMA DEL COVID-19.

Per quanto la crisi da COVID-19 abbia avuto un impatto rilevante sul mondo del lavoro in Italia, e dunque anche sulla sua capacità di sostenere il sistema di welfare, il contesto del lavoro in Italia presentava criticità rilevanti e strutturali già nel periodo pre-pandemico. Nel 2019 (e la crisi non ha modificato il posizionamento del nostro Paese), l’Italia era penultima nell’UE per tasso di occupazione totale (59,0% nella fascia 20-64 anni, rispetto a una media UE di 68,5%), femminile (50,1%, vs. 63,1% in UE) e giovanile (18,5%, vs 33,5% in UE), oltre che 4° per tasso di disoccupazione di lungo periodo (nel 2019, il 56% dei disoccupati lo era da più di 12 mesi, rispetto alla media europea di 39,4%).

Inoltre, l’Italia sconta rilevanti criticità anche nell’ambito della formazione e della transizione scuola lavoro. Nell’edizione 2020 dello European Skill Index, che misura la capacità di un sistema formativo di costruire le competenze necessarie al mondo del lavoro e di favorirne l’efficace inserimento nello stesso, l’Italia si posiziona all’ultimo posto in UE, in peggioramento rispetto al terzultimo posto del 2016.

7. L’EVOLUZIONE DEMOGRAFICA È UNA “DOPPIA TENAGLIA”: MENO PERSONE IN ETÀ LAVORATIVA, E UN PIÙ ELEVATO INDICE DI DIPENDENZA DEGLI ANZIANI.

La seconda grande sfida per il welfare del Paese è connessa all’evoluzione demografica. Il nostro Paese è uno dei più “vecchi” al mondo, con la più alta percentuale di over-65 sul totale della popolazione in Europa (23,2%, rispetto a una media europea del 20,6%) e la seconda al mondo dopo il Giappone (28,4%). L’invecchiamento della popolazione italiana deriva da due fattori: l’innalzamento dell’aspettativa di vita e il basso tasso di fertilità, che congiuntamente generano quello che viene chiamato il “debito demografico”. Per quanto riguarda il primo, nel 2019 l’aspettativa di vita media alla nascita di un cittadino italiano ha toccato gli 83,7 anni, il secondo valore più alto nell’UE dopo la Spagna (84 anni). Il tasso di fertilità italiano è invece il terzo più basso dell’Unione Europea: in Italia vi sono, al 2019, 1,27 nascite per donna, mentre in media nell’UE ve ne sono 1,53. Quello della sempre più bassa natalità è probabilmente il dato demografico più allarmante per il nostro Paese, anche perché va inquadrato in un percorso di costante diminuzione iniziato oltre 50 anni fa. Dopo il “boom” di oltre 1 milione di nati nel 1965 (quando la popolazione era pari a 51,9 milioni), le nascite sono poi progressivamente diminuite fino a raggiungere le 404mila nel 2020 (a fronte di una popolazione di 59,6 milioni), il numero più basso dall’Unità d’Italia. Se già nel 2019 il saldo naturale della popolazione (ovvero la differenza tra nati e morti) era pari a -214mila persone, nel 2020 il saldo è ulteriormente peggiorato attestandosi a -342mila, il peggiore dal 1918 (-648mila a causa dell’epidemia di «spagnola»). Se le previsioni saranno confermate, il 2021 potrebbe essere il primo anno con un numero di nuovi nati inferiore a 400mila, probabilmente intorno a 390mila3.

Le attuali tendenze connesse a invecchiamento e denatalità modificheranno la struttura demografica del Paese, generando una riduzione significativa delle persone in età lavorativa. Si stima che esse diminuiranno di 1,9 milioni al 2030 (-5%) e di 7,6 milioni al 2050 (-19%), attestandosi a circa 31,2 milioni, con potenziali effetti negativi sulla capacità produttiva del Paese. Di conseguenza, aumenterà in maniera rilevante anche l’indice di dipendenza degli anziani (e dunque la pressione sul sistema di welfare): secondo le proiezioni, l’incidenza delle persone over-65 sulla popolazione in età lavorativa è destinata ad attestarsi in un valore compreso tra il 60% e il 65% dal 2045 in poi. Oltre alle implicazioni in termini di capacità di sostenere la crescita economica, l’invecchiamento della popolazione determinerà necessariamente un adeguamento della spesa sanitaria, in modo tale da rispondere alla crescente domanda di assistenza e di Long-Term Care.

8. PER ASSICURARE UNA CRESCITA ECONOMICA INCLUSIVA, IL PAESE DEVE AFFRONTARE I CRESCENTI BISOGNI SOCIALI.

Oltre ai temi aperti connessi al progressivo invecchiamento della popolazione e alla ridotta valorizzazione del lavoro come strumento a sostegno del welfare, l’Italia è chiamata ad affrontare anche le rilevanti disuguaglianze sociali del Paese, osservabili lungo diverse dimensioni. Il Paese deve rispondere alla domanda di bisogni sociali garantendo una sempre maggiore tutela a tutti i cittadini, promuovendo la coesione sociale e una crescita economica inclusiva. Da questo punto di vista, il 2020 ha visto il massimo valore storico di famiglie italiane in povertà assoluta (2,1 milioni vs 1,7 milioni del 2019) con un aumento dell’incidenza di 1,3 punti percentuali (da 6,4% del 2019 al 7,7% nel 2020). Nel confronto internazionale, emerge come le famiglie italiane siano state tra le più colpite dalla pandemia, con una riduzione del reddito netto disponibile del 2,2% rispetto al 2019, il quarto valore peggiore tra i Paesi dell’OECD. Tuttavia, la pandemia si è inserita in una situazione già particolarmente critica per l’Italia e per alcuni fruitori di welfare, in primis giovani, stranieri, e residenti del Mezzogiorno. Analizzando per esempio l’andamento storico della povertà assoluta a livello individuale, se nel 2005 la fascia di individui con meno di 17 anni registrava un’incidenza della povertà assoluta pari a 3,9%, negli anni successivi si è verificato un aumento di 9,6 punti percentuali, che la rende ora la categoria più vulnerabile. L’unica fascia di età che in questo periodo sembra non aver subito un impatto così rilevante è quella dai 65 anni in su (che nel 2005 era quella più esposta alla povertà), in cui l’incidenza è aumentata di 0,9 punti percentuali.

La dinamica della povertà economica nelle fasce più giovani della popolazione è strettamente legata alla povertà educativa minorile, ovvero quel fenomeno in cui il diritto di un minore ad apprendere, formarsi, sviluppare capacità e competenze, coltivare le proprie aspirazioni e talenti è privato o compromesso. Oltre alla povertà economica, l’abbandono scolastico rappresenta un esempio emblematico di un diritto alla scelta che è stato compromesso (e che incide negativamente sulle prospettive di mobilità sociale): da questo punto di vista, i giovani di cittadinanza straniera hanno una probabilità del 36,5% di abbandonare prematuramente gli studi, oltre 3 volte superiore rispetto a un giovane italiano (11,3%); a livello territoriale, si registra un tasso di abbandono pari al 18,2% nelle Regioni del Mezzogiorno, ovvero 7,7 p.p. in più del Nord (10,5%).

9. LA CRISI HA CONTRIBUITO A ESACERBARE LE DIFFERENZE TRA LE CAPACITÀ DI RISPOSTA DEI SISTEMI DI WELFARE REGIONALI: LA DIFFERENZA TRA REGIONE BEST E WORST PERFORMER NEL WELFARE ITALIA INDEX È AUMENTATA ULTERIORMENTE.

Nel Rapporto “Welfare Italia 2020” è stata sottolineata la forte eterogeneità tra i territori del Paese, sia con riferimento al sistema di welfare del Paese sia per quanto riguarda gli impatti del COVID-19 e i relativi impatti redistributivi legati a povertà assoluta e disoccupazione. Tale evidenza è confermata anche dall’aggiornamento dell’Osservatorio del sistema di welfare contenuto nel Rapporto 2021. Tali differenze sono, da un lato, espressione di differenze socio-economiche che hanno un carattere profondo e, dall’altro lato, il risultato di una più o meno efficace azione del sistema di welfare nell’affrontarle. Per portare a sintesi queste considerazioni legate alla diversa capacità di risposta dei sistemi di welfare nelle Regioni del Paese, nel 2020 il Think Tank “Welfare, Italia” ha messo a punto uno strumento di monitoraggio, basato su 22 KPI (Key Performance Indicator), che valuta, all’interno di un indicatore sintetico, sia aspetti legati alla spesa in welfare sia aspetti legati ai risultati che questa spesa produce. In questi termini, l’indicatore sintetico, che prende in considerazione gli ambiti di politiche sociali, sanità, previdenza e formazione, consente di identificare a livello regionale, i punti di forza e le aree di criticità in cui è necessario intervenire. I risultati del Welfare Italia Index 2021 mettono in luce una forte polarizzazione regionale. La P.A. di Trento (85,0 punti) registra lo score più elevato, seguita dalla P.A. di Bolzano (80,4 punti) e dall’Emilia-Romagna (76,1 punti). In una scala tra 0 e 100 vi sono oltre 32 punti di differenza tra le due estremità del ranking. Inoltre, le ultime 8 Regioni appartengono tutte all’Italia Meridionale e Insulare e la migliore di queste – ovvero la Sardegna (14° con 62,5 punti) – dista oltre 22 punti dalla prima in classifica e precede di circa 10 punti la Calabria ultima in classifica. L’edizione 2021, rispetto ai dati 2020, segnala una crescente polarizzazione nella capacità di risposta del sistema di welfare delle Regioni italiane. Il divario tra la prima e l’ultima Regione in classifica è infatti passato da 28,2 a 32,7 punti, aumentando di 4,5 p.p. tra il 2020 e il 2021.

10. IL THINK TANK “WELFARE, ITALIA” LANCIA IL MODELLO DI WELFARE 5.0.

Alla luce dello scenario di riferimento, il Think Tank “Welfare, Italia” ha individuato 5 priorità d’azione che il Paese deve affrontare per far evolvere il sistema verso il modello di welfare di precisione. L’identificazione delle priorità origina dalla considerazione che lavoro e demografia sono i due pilastri necessari a sostenere la capacità redistributiva del sistema di welfare.

1. Raggiungere un’effettiva digitalizzazione dei servizi di welfare

La digitalizzazione del Paese, nell’ambito del welfare così come di altri servizi pubblici, è ancora particolarmente lontana da un livello che permetta di sfruttare appieno il potenziale offerto dalla transizione digitale. A testimonianza di ciò, nell’edizione 2020 dell’indice DESI (Digital Economy and Society Index) della Commissione Europea, l’Italia si classifica al 19° posto nell’Unione Europea all’interno dell’indicatore composito “e- Government”, con un valore pari a 67,5 (su 100), rispetto alla media UE di 72,0. Tra limiti alla digitalizzazione della Pubblica Amministrazione in Italia è importante sottolineare quelli connessi ai pochi servizi abilitati e alla limitata integrazione dei processi e dei sistemi di back-end. Una delle motivazioni principali dietro a tale frammentazione, risiede nella limitata interoperabilità delle banche dati, che può essere riscontrata su diversi livelli, siano essi pubblici (es. Enti Locali, Ministeri e Istituti connessi, come INPS e INAIL) oppure privati (es. aziende private coinvolte nel welfare integrativo). A tal fine, il Think Tank “Welfare, Italia” propone di creare un punto di accesso unico digitale per i servizi di welfare che consenta ai cittadini di consultare attivamente tutte le proprie opzioni, ovvero:

– nell’ambito della formazione, tale strumento dovrebbe permettere di consultare il “libretto” relativo ai diversi cicli di istruzione e comprensivo delle competenze acquisite (es. tramite corsi, certificazioni, ecc.), nonché di accedere a crediti per la formazione, borse di studio e voucher;

– in ambito sanitario, il punto di accesso unico dovrebbe abilitare le prenotazioni per prestazioni e servizi di telemedicina, la consultazione del libretto vaccinale, ma anche l’integrazione di patologie e prestazioni previste sul fascicolo sanitario;

– nell’ambito delle politiche sociali, tramite il punto di accesso unico dovrebbe essere possibile richiedere i propri ammortizzatori sociali e strumenti di sostegno sociale (es. NASpI, Reddito di Cittadinanza, ecc.) e accedere ai servizi comunali (es. asili, mense, mobilità, ecc.);

– nell’ambito della previdenza, lo strumento dovrebbe garantire di poter consultare la propria posizione previdenziale pubblica (INPS o Casse) e di consultare e modificare anche la propria posizione previdenziale di tipo complementare (es. PIP, fondi aperti, fondi negoziali, ecc.).

II. Gestire l’evoluzione demografica del Paese

La demografia rappresenta una delle grandi sfide per il welfare del Paese, in virtù degli impatti diretti (in primis per la gestione di previdenza e sanità), ma anche per gli impatti indiretti, poiché la riduzione della popolazione in età lavorativa mina le prospettive di crescita economica e quindi di capacità redistributiva del welfare. Tale quadro è ulteriormente aggravato, in primo luogo, dalle prospettive della spesa pubblica previdenziale. Oltre che dal limitato contributo della previdenza complementare, la situazione connessa alla spesa pubblica pensionistica è necessariamente penalizzata anche dalla fine di Quota 100: secondo le stime della Ragioneria dello Stato, l’incidenza della spesa pensionistica sul PIL raggiungerà il 17,3% nel 2040 (+1,0 punti percentuali rispetto al 16,3% nel 2018). L’altro ambito impattato direttamente dall’evoluzione demografica è quello della sanità, in virtù dell’aumento della popolazione nelle fasce di età più anziane, che determina a cascata una domanda crescente di cure. Secondo le stime formulate da Meridiano Sanità.

– la piattaforma di The European House – Ambrosetti dedicata alle analisi del sistema sanitario – sono oggi quasi 25 milioni gli italiani con una patologia cronica, per una spesa sanitaria che sfiora i 67 miliardi di Euro. In prospettiva, nel 2050, il 74% della spesa sanitaria sarà concentrata nelle fasce d’età sopra ai 60 anni (vs. il 59% del 2021).

In questo contesto, l’indirizzo propositivo del Think Tank “Welfare, Italia” si sostanzia lungo tre ambiti, connessi alla promozione del risparmio, alla cultura del welfare, e alla valorizzazione della telemedicina. Relativamente al primo ambito, l’indirizzo operativo è di introdurre forme di risparmio incentivato – sul modello dei Children’s Savings Accounts (CSA) – per favorire il risparmio previdenziale integrativo fin dai primi anni di vita. Tale modello ha dimostrato di avere impatti positivi, e potrebbe dunque essere replicato prevedendo diverse finalità del risparmio, come, per esempio, quello destinato alla previdenza complementare. Con l’obiettivo di favorire il risparmio previdenziale, il Think Tank “Welfare, Italia” – come già formulato nelle precedenti edizioni – ritiene inoltre prioritario introdurre strumenti per assicurare una maggiore flessibilità della previdenza complementare. Tra questi, possono rientrare la “portabilità” da un anno all’altro dell’ammontare di deducibilità fiscale non utilizzato in un determinato anno, la possibilità di ottenere anticipazioni straordinarie sulla prestazione a prescindere dall’anzianità di iscrizione, e la possibilità di consentire il trasferimento ai propri figli della posizione maturata dal titolare al proprio pensionamento. Come ultimo tassello per favorire il risparmio, il Think Tank “Welfare, Italia” propone di promuovere una maggiore integrazione tra i servizi specialistici e socio-assistenziali. Tale integrazione potrebbe essere perseguita prendendo come fonte di ispirazione le Case della Comunità, previste dal PNRR, il cui obiettivo fondamentale è di coordinare i servizi offerti (in primis ai malati cronici, persone anziane e fragili), contribuendo positivamente a una migliore gestione della Long-Term Care.

Relativamente poi al secondo ambito dell’indirizzo propositivo, ovvero intervenire sulla cultura e informazione sul welfare, il Think Tank “Welfare, Italia” – come già suggerito nell’edizione 2019 – propone di lanciare campagne di sensibilizzazione e informazione sui vantaggi derivanti dalle forme integrative di previdenza e sugli strumenti disponibili. Infine, nel terzo ambito dell’indirizzo propositivo, il Think Tank “Welfare, Italia” propone di attivare tavoli di discussione e confronto territoriali che coinvolgano soggetti pubblici e privati per valorizzare le best practice di telemedicina realizzate dal privato, premiando le progettualità che prevedono strumenti di tele-monitoraggio e che consentono di incidere positivamente sulla Long-Term Care.

III. Dispiegare efficaci politiche attive a supporto del mercato del lavoro

La formazione e l’adeguamento del capitale umano devono essere due delle priorità chiave per un rilancio competitivo del Paese che ponga il lavoro al centro del modello di sviluppo. L’Italia sconta, infatti, un significativo mismatch delle competenze, ovvero un’elevata incidenza di lavoratori sovra-qualificati o sotto-qualificati per svolgere la mansione lavorativa che effettivamente svolgono. Secondo i dati OECD il mismatch italiano ammonta al 38,2% della forza lavoro, quasi 5 punti percentuali in più della media UE. In particolare, le difficoltà nella formazione delle competenze possono essere ricondotte a tre diversi ambiti: carenze del sistema formativo (ovvero la componente più diretta a sviluppare le competenze tecniche-professionali), limitato impatto dei percorsi di formazione continua e della formazione professionale interna alle aziende, e spesa in politiche del lavoro con ridotta incidenza della componente di attivazione a fronte di un maggior peso delle politiche passive (85% in Italia rispetto al 73% della Francia, 69% della Spagna e 55% della Germania).

In questa prospettiva, il Think Tank “Welfare, Italia” propone di intervenire su tutti gli ambiti che penalizzano oggi lo sviluppo di competenze lavorative adeguate per i lavoratori del Paese. Da un lato, si propone quindi di potenziare la formazione duale e la collaborazione tra sistema della formazione e imprese attraverso:

– un’azione integrata in ambito formativo con l’aumento strutturale dei finanziamenti agli ITS, in modo tale da colmare il gap sostanziale tra Italia e benchmark europei;

– l’introduzione di meccanismi premiali per le aziende che attivano dottorati industriali e agli apprendistati di alta formazione. Dall’altro lato, emerge la necessità di potenziare sostanzialmente il ruolo dei Centri perl’impiego che sono importanti soggetti attuatori nel nuovo programma Garanzia  di Occupabilità dei lavoratori (GOL) e che, qualora non supportati adeguatamente, rischiano di riprodurre le differenze territoriali oggi visibili rispetto alle politiche di formazione. Tale potenziamento deve passare da:

– creazione di banche dati nazionali, superando l’attuale frammentazione regionale e locale, e tracciamento puntuale di ogni offerta di lavoro formulata che consenta il monitoraggio delle performance di ciascun Centro per l’impiego;

– integrazione delle agenzie di intermediazione private nella selezione delle offerte, valorizzandone il contributo attraverso specifici voucher che i disoccupati che non ricevano offerte per sei mesi da un Centro per l’impiego possano spendere presso un’agenzia privata.

IV. Riformare le politiche passive e i meccanismi degli ammortizzatori sociali verso una maggiore protezione e promozione del lavoro

Una importante componente del welfare italiano riguarda il sistema di politiche passive del lavoro e ammortizzatori sociali, ossia tutte le misure che hanno l’obiettivo di offrire sostegno economico ai lavoratori che hanno perso il posto di lavoro, che assolvono alla vocazione universalistica del sistema di welfare volta a limitare l’esclusione sociale e la povertà. Tuttavia, prendendo in considerazione il Reddito di Cittadinanza come principale strumento di inclusione sociale, si riscontrano alcuni meccanismi che ne penalizzano la precisione, tra cui la scala di equivalenza che penalizza le famiglie numerose, il requisito di residenza che esclude molte famiglie straniere e le soglie di eleggibilità connesse a reddito e patrimonio. Secondo un modello di micro-simulazione elaborato su dati Istat, infatti, la platea di beneficiari rappresenta solo il 20% del totale delle persone in povertà relativa. Contemporaneamente, lo strumento viene indirizzato anche a individui non-poveri: il 30% dei beneficiari totali ed il 38% delle somme erogate è stimato andare a questa categoria.

Il Think Tank “Welfare, Italia” propone di intervenire su tutti gli ambiti che incidono sulla componente di inclusione sociale degli strumenti di welfare – come il Reddito di Cittadinanza e gli altri ammortizzatori sociali come la Cassa Integrazione e la NASpI – attivando un sistema che protegga in modo più efficace il lavoro. In questo senso è auspicabile una ulteriore ottimizzazione di alcuni elementi del Reddito di Cittadinanza, proseguendo nella direzione già definita della Legge di Bilancio 2022, come:

– riduzione del requisito dei 10 anni di residenza in Italia (di cui gli ultimi 2 in modo continuativo) per favorire l’accesso allo strumento da parte dei nuclei familiari stranieri;

– revisione della scala di equivalenza per renderla più favorevole per le famiglie numerose;

– previsione di un meccanismo di differenziazione dell’importo del sussidio in base al costo della vita, in modo da renderlo coerente con la capacità di spesa o i redditi a livello regionale;

– ulteriore rafforzamento dei controlli sulle violazioni ex post da parte dei percettori.

Per quanto riguarda invece il sistema degli ammortizzatori sociali, si rende necessaria una revisione che favorisca la ricerca di un nuovo impiego attraverso l’attuazione di un meccanismo che vincoli la fruizione – o parte di essa – degli strumenti di politiche passive del lavoro, indipendentemente dalla tipologia (NASpI, CIG, Dis-coll) alla partecipazione a percorsi di formazione, aggiornamento e re skilling, supportandone l’evoluzione da sussidio di disoccupazione a strumento a supporto del reinserimento lavorativo, in linea con il quadro di revisione delle politiche attive delineato dal programma GOL.

Infine, con l’obiettivo di accrescere la base occupazionale (in particolare quella giovanile), si potrebbe prevedere l’estensione del perimetro degli ammortizzatori sociali anche a piani aziendali che prevedano il pensionamento anticipato dei lavoratori e che siano in grado di attivare un ricambio generazionale. In particolare, l’accesso ai fondi garantiti dallo strumento (erogati ex-post) potrebbe essere vincolato a piani di assunzione in cui il rapporto tra lavoratori in ingresso (a tempo indeterminato e con meno di 35 anni) e lavoratori in uscita sia almeno di 2:1.

V. Promuovere misure finalizzate ad accrescere l’occupazione femminile, come leva per la crescita economica del Paese

Una ulteriore priorità individuata dal Think Tank “Welfare, Italia” riguarda la necessità di promuovere misure che favoriscano l’occupazione femminile e in generale riducano i divari di genere. Il nostro Paese è infatti ultimo tra i Paesi UE-27+UK per tasso di partecipazione femminile al mercato del lavoro, con un valore pari al 54,7% nel 2020, in diminuzione dal 56,5% del 2019 e 11,9 punti percentuali in meno rispetto alla media europea (67,6%). Inoltre, per effetto di minori salari e un numero di ore lavorate inferiore rispetto agli uomini, l’Italia mostra anche un gender gap pensionistico tra i più elevati in Europa, pari a 31,9% (2,5 p.p. più elevato rispetto alla media europea di 29,4%). Il tema è complesso e determinato da una serie di concause che affondano le radici in elementi di natura sociale e culturale. Non si tratta esclusivamente di diritti, bensì di un’opportunità economica per l’intero Paese, resa ancora più urgente dalla crisi originata dalla pandemia da COVID-19, che ha messo ancora una volta in luce la fragilità della popolazione femminile. L’eliminazione del gender pay gap e l’aumento del tasso di occupazione femminile (fino ad eguagliare quello maschile) potrebbe infatti generare un valore economico pari a 110 miliardi di Euro per l’Italia (pari al 6,7% del PIL).

Alla luce dell’urgenza del fenomeno e dei potenziali impatti economici, il Think Tank “Welfare, Italia” ritiene fondamentale agire lungo le direttrici per ridurre il gender gap, ovvero favorire una maggiore partecipazione delle donne al mercato del lavoro e promuovere la loro indipendenza economica In particolare, si raccomanda:

– la trasformazione dei congedi di maternità e paternità in congedi gender neutral con possibilità di suddivisione del tempo tra madre e padre, ma con una quota minima obbligatoria in capo al padre;

– l’adozione di misure a supporto della maternità a 360°, come l’offerta di corsi di formazione per l’up-skilling o il re-skilling (anche attraverso la collaborazione con gli istituiti di formazione pubblici e/o privati) e l’ampliamento del welfare aziendale anche a servizi di supporto (servizi per l’infanzia, asili, ecc.);

– l’introduzione di incentivi fiscali per le persone fisiche, come ad esempio la deducibilità al 100% delle spese per la conciliazione vita-lavoro indipendentemente dall’ISEE e il rimborso in busta paga di parte del cuneo fiscale e l’adozione di misure rivolte alle imprese, come certificazioni, incentivi e/o meccanismi premiali, in linea con quanto già presente all’interno del DDL sulla “parità salariale tra uomo e donna”;

– la “chiusura” del pension gap presente nel Paese, attraverso meccanismi di incentivazione fiscale rivolti a favorire la previdenza complementare per le donne con redditi sotto una certa soglia.

In allegato il comunicato stampa conclusivo dell’evento

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