Servizi aziendali

Buoni pasto: dopo la crisi (-35%), la ripresa. Parola di Orlandini (Presidente ANSEB)

Buoni pasto

Buoni pasto: il primo gradino del welfare aziendale. E sempre più chiave di ingresso nel welfare di territorio. Matteo Orlandini è il nuovo presidente di Anseb, l’associazione che raccoglie i maggiori emettitori di buoni pasto. Ha concesso la sua prima intervista a Fortune Italia web

Il buono pasto è il benefit di welfare aziendale di gran lunga preferito dai lavoratori. Il 40% dei lavoratori che durante la pausa pranzo mangia fuori casa usa i buoni pasto nei 170.000 esercizi convenzionati, in larga maggioranza piccoli bar e ristoranti. L’intero mercato vale circa 3 miliardi, dei quali il 30% rivolti alla Pubblica Amministrazione e assegnati con gara Consip, giunta quest’anno alla nona edizione. Sono circa 100.000 le aziende, enti e amministrazioni che riconoscono i buoni pasto a circa 2,5 milioni di dipendenti: 1,7 nel settore privato, 900.000 in quello pubblico. Ancora pochi se si considera che i lavoratori subordinati in Italia sono quasi 18 milioni. Il buono pasto prima dell’emergenza pandemica era usato al 70% nei bar, ristoranti, gastronomie e per il 30% nella grande distribuzione. Durante la crisi degli ultimi due anni, le percentuali si sono ribaltate: 80% nella grande distribuzione, 20% nei bar, ristoranti e nelle mense diffuse.

Matteo Orlandini, nuovo presidente di Anseb (l’Associazione che rappresenta le principali società emettitrici di buoni pasto), ha rilasciato la sua prima intervista a Fortune Italia web, in un momento del tutto particolare per il mercato di riferimento. Il lavoro da remoto ha messo in crisi la ristorazione collettiva e potrebbe cambiare anche quello dei buoni pasto.

Il mercato dei buoni pasto dopo Covid-19: con lo smart working c’è il rischio di una contrazione delle emissioni?

Per leggere cosa succederà in futuro, partiamo dall’ultimo anno. Sì, il mercato dei buoni pasto ha subito una contrazione, tra il 30% e il 35%. Di questa contrazione, una parte ha riguardato i lavoratori in cassa integrazione o con attività sospese (il 15%); un secondo filone sono state le imprese che pre-Covid elargivano i buoni pasto con una scelta unilaterale e hanno deciso di sospenderli durante il periodo pandemico (il 10%); infine, e qui sta la parte illegittima, alcuni datori di lavoro, inadempiendo i precedenti accordi, hanno privato i loro collaboratori del buono pasto (un altro 15% della perdita totale). Ciò è avvenuto soprattutto all’inizio della pandemia e in alcuni settori che hanno fatto ricorso massiccio al lavoro agile emergenziale, soprattutto nel settore bancario, finanziario e assicurativo. Negli ultimi mesi, da una parte, la contrattazione aziendale ha sempre più riconosciuto anche il trattamento assistenziale allo smart-worker; dall’altra, il fenomeno di massa che avevamo osservato nel 2020 sta rientrando. Stiamo tornando ai volumi precedenti: siamo ad un -15% sul periodo pre-Covid.

Il futuro sono i buoni pasto elettronici. Come sta procedendo lo switch tra carta ed elettronica?

La legge di bilancio per il 2020 aveva previsto una forte agevolazione all’utilizzo del buono pasto elettronico. Chiamiamolo, più comprensivamente, digitale: card, app, soluzioni tech aiutano la pausa pranzo dell’80% dei lavoratori che usano i buoni pasto, circa 2 milioni di persone. Infatti, la soglia di esenzione fiscale è aumentata per il titolo elettronico da 7 a 8€, contestualmente riducendo l’esenzione per il cartaceo da 5,29 a 4€. Le società che emettono buoni pasto erano pronte a una grande campagna comunicativa. Alcuni studi avevano stimato un incremento del mercato da 3 miliardi sino a 3,7 miliardi di €, con un’estensione del buono pasto digitale sino al 96%. Poi, il Covid-19.

Buoni pasto nella Pa (compresa l’ultima gara in corso da un miliardo): lo smart working potrebbe creare problemi sensibili anche nella Pa?

In questo panorama, la pubblica amministrazione rappresenta un player contrattuale molto forte. Le gare Consip tendono ancora ad influenzare negativamente gli sconti sul mercato. Le ultime hanno visto comunque un trend decrescente: da sconti elevati sopra il 20%, stiamo scendendo vicini al 17%. Anche qui, e questo è il dato prospettico, assistiamo ad un aumento degli aspetti qualitativi: le gare pubbliche più recenti chiedono convenzioni con pubblici esercizi vicini alle sedi di lavoro, con prodotti biologici, a km 0 e senza glutine. Il mercato dei buoni pasto sta diventando sempre più attento al benessere e alla sicurezza, d’altronde questa è la tendenza di tutto il welfare aziendale.

I buoni pasto diventeranno sempre più concorrenti della ristorazione collettiva: è una opportunità?

Il cambiamento è già in atto. I lavoratori pranzano nei pubblici esercizi del quartiere, usano il buono pasto nel supermercato convenzionato vicino a casa, si fanno consegnare a casa, negli uffici o in spazi di co-working i pasti.  Sia la ristorazione collettiva che i pubblici esercizi sono i partner delle società emettitrici: stanno cambiando le modalità di produrre e distribuire il cibo, e i buoni pasto possono aiutarli in questo. Noi ci aspettiamo un aumento dell’utilizzo del buono pasto come titolo di legittimazione, flessibile e digitale, per acquisire i servizi delle pause pranzo: c’è ancora un 70% di lavoratori privati da coinvolgere. Le società emettitrici si sono inventate nuove soluzioni: il buono pasto oggi si usa per i pasti a domicilio, per gli office lunch, ha favorito la spesa online, alcuni hanno predisposto convenzioni con le mense per favorire comunque una pausa pranzo sana. Il messaggio è chiaro: “non importa dove lavori, ci interessa la qualità del tuo lavoro”. Questo è anche lo spirito della norma sul lavoro agile, d’altronde.

Buono pasto e welfare aziendale: un binomio insostituibile. C’è ancora spazio di crescita?

Abbiamo visto gli ultimi dati sul welfare aziendale: ormai è una realtà diffusa, che interessa circa 6 milioni di lavoratori del settore privato. Ci sono però ancora tanti spazi di penetrazione, così come per i buoni pasto. Il nostro primo consiglio è contrattualizzare, accordarsi, fare piani interni, per essere chiari con i propri collaboratori, rivolgersi al territorio. Solo così potrà crescere il welfare per i lavoratori, prendendosi cura dei loro bisogni sociali.

Marco Barbieri

 

Lascia un commento

Registrati alla nostra Newsletter