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Quale welfare ricercano gli expats italiani?

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Le nuove generazioni sono più consapevoli dell’importanza del welfare. E se l’Italia non offre condizioni a loro adeguate di equilibrio vita-lavoro – nonostante negli ultimi anni siano stati fatti passi avanti – decidono di emigrare. Ne parliamo con Toni Ricciardi, Storico delle Migrazioni all’Università di Ginevra e componente del comitato scientifico del Rapporto Italiani nel Mondo della Fondazione Migrantes

Secondo una recente ricerca di Deloitte, la preoccupazione primaria per i Millennials e la GenZ è la qualità della vita. Quali sono le principali motivazioni che spingono i ragazzi e le ragazze a lasciare l’Italia? E sopratutto, i “cervelli in fuga” sono soltanto adulti?

I giovani sono giovani perché ci sorprendono. In tanti studi condotti appare n modo inequivocabile che molti giovani italiani negli ultimi anni – almeno dieci – immaginano il loro futuro fuori dell’Italia perché non trovano internamente le condizioni ottimali che rispondano alle loro aspettative. E non si tratta solo di lavoro – anche se è palese che il prezzo più alto è pagato nella disoccupazione dai giovani – ma di condizioni di vita più ampie, di una serenità e di un appagamento in cui l’occupazione e la retribuzione sono solo due dei molteplici elementi. Si tratta di un voler realizzare un progetto di vita in luoghi più rispettosi della parità di genere, ad esempio, della famiglia come elemento sociale, dell’ambiente e delle città più a portata di persone, meno trafficate, con piste ciclabili e spazi verdi. La realizzazione del sé arriva non solo in età matura ma anche tra i più giovani. E infatti a partire dall’Italia oggi, e nel recente passato, sono stati giovani appena maggiorenni, ma anche ventenni, trentenni e quarantenni il sintomo di uno stravolgimento sociale – tutto italiano – delle dimensioni delle generazioni. L’asticella si è spostata inesorabilmente in avanti facendo percepire giovane chi giovane non lo è più (il 24% è tra i 35 e i 49 anni) e altamente qualificato chi ha una preparazione medio alta. Una delle tante stranezze di come si racconta oggi il fenomeno della mobilità italiana è ritenere chi parte massimamente preparato, iper-specializzato quando questi sono veramente pochi rispetto ai 2/3 di italiani mediamente preparati e con diplomi e non lauree, ma non per questo non in possesso di un cervello al momento della partenza!

Il fenomeno delle Grandi Dimissioni è particolarmente diffuso tra le nuove generazioni, nella fascia di età tra i 26 e i 35 anni e tra coloro che vivono nel Centro Nord. Nello specifico, che tipo di condizioni lavorative ricercano quindi gli expats all’estero?

Si desidera poter avere tempo per sé e per i propri cari, per fare altre attività, per recitare più ruoli. La vita è una e non bisogna per forza attendere la pensione – semmai arriverà – per trovare un equilibrio tra vita privata e lavoro. Occorre ottimizzare tempi e spazi. L’impianto del lavoro “tradizionale” fortemente gerarchizzato e basato su performance e produttività ha iniziato a scricchiolare da tempo ma oggi, dopo tre anni di pandemia, è in atto una profonda trasformazione che lo scuote nelle fondamenta. In realtà la pandemia è stata un acceleratore di una crisi sociale che era già in atto perché ha dato alle persone – soprattutto ai giovani adulti – la possibilità di rallentare, di fermarsi e capire se le condizioni lavorative e le prospettive di carriera erano soddisfacenti. Ancora la pandemia e i lockdown forzati hanno fatto capire che tante procedure possono essere modificate venendo incontro alle esigenze dei lavoratori. Il lavoro a distanza ne è la manifestazione più evidente che ha completamente stravolto, ad esempio, i costi aziendali per viaggi, trasferte e affitto locali. È in atto una trasformazione sociale per la quale i paesi altri, in Europa e negli altri continenti, sono sicuramente più avanti rispetto all’Italia e chi oggi ha tra i 26 e i 35 anni non vuole lasciarsi sfuggire l’occasione di vivere una vita diversa.

In quali nazioni viene maggiormente rispettato il worklife balance?

Proprio a maggio scorso è uscito un sondaggio condotto da Kisi, società di tecnologia di accesso mobile, che ha stilato una classifica delle principali città in cui l’equilibrio tra vita privata e vita lavorativa è maggiormente preso in considerazione. Mi duole che non ci sia nessuna città italiana, ma non potrebbe essere altrimenti considerando che nel worklife balance rientrano non solo l’intensità del lavoro, ma anche la possibilità di lavorare da remoto e quindi la presenza delle infrastrutture tecniche che permettano il lavoro agile e a distanza. Alle caratteristiche strettamente connesse all’ambito lavorativo si aggiungono la vivibilità della città, l’assistenza sanitaria e il rapporto qualità/prezzo che la contraddistingue, il costo della vita, la qualità dell’aria, il fermento culturale e il livello di inclusività. Si tratta quindi di un concetto davvero complesso che vede in questo studio primeggiare Oslo seguita da Berna, Helsinki, Zurigo, Copenaghen, Ginevra, Stoccarda e Monaco per restare solo in Europa.

A che punto è il welfare sociale italiano rispetto agli altri paesi?

Siamo molto molto indietro e non da oggi. Faccio solo un esempio per non dilungarmi molto che poi è quello che ci porta a uno degli aspetti più gravi dell’Italia di oggi: la denatalità e lo spopolamento. In Italia, la spesa per la famiglia è da molto tempo la voce del welfare meno generosa, sia se la confrontiamo con la spesa prevista per le altre componenti del welfare italiano, sia rispetto al resto d’Europa.

Questa carenza ha portato oggi l’Italia ad essere il paese più vecchio d’Europa, ha portato la piaga dello spopolamento e della emigrazione dei pochi giovani rimasti. Perche? Con un welfare per la famiglia carente, bambini e donne, in particolare, restano ai margini dell’attenzione dello Stato. La gestione dei bambini piccoli è responsabilità esclusiva della famiglia, in particolare delle mamme, sulle quali ricade la maggior parte dell’attività domestica e del lavoro di cura, in misura molto sbilanciata anche rispetto ai padri. Ciò comporta l’impossibilità per le donne di lavorare allo stesso livello degli uomini, per le mamme rispetto ai padri. Suppliscono i nonni, è vero, ma pian piano le donne italiane hanno trovato il rimedio: non fare figli o si sono ritrovate troppo adulte per farli. Non vorrei però appiattire il discorso solo sulla spesa. L’attenzione dello Stato nel caso specifico da me richiamato e relativo alla famiglia si evince non solo dall’entità della spesa ma anche dalle modalità tramite le quali questa spesa viene erogata. Per il cambiamento di passo che necessita l’Italia occorre ragionare su questo secondo punto in maniera seria e con l’aiuto di professionisti. Non voglio essere pessimista e vorrei chiudere con un aspetto costruttivo e positivo. Siamo indietro ho detto all’inizio, ma possiamo recuperare se soltanto iniziamo a credere che il worklife balance non è il capriccio di lavoratori viziati, ma la manifestazione di un cambiamento d’epoca in cui siamo tutti protagonisti e ciascuno è chiamato a fare la propria parte. Indietro non si tornerà più. Siamo cambiati noi ed è cambiata la nostra società e di conseguenza anche il welfare.

Per quanto riguarda le politiche di attenzione alla parità di genere e all’inclusività, riusciamo a tenere il passo con la dimensione internazionale?

In questo caso specifico le politiche sono strumenti che possono apparire inutili se non si innestano su un terreno pronto a recepirle. Parlo di un lavorio culturale, un piano nazionale culturale che chiede la collaborazione tra istituzioni e cittadini di tutte le generazioni. Bisogna operare sia in direzione della persona che nell’ambito collettivo. Nel primo caso bisogna lavorare con il mondo della scuola e le Istituzioni per costruire cittadini più consapevoli delle proprie emozioni, della gestione della diversità e delle dinamiche di relazione, ma anche impegnarsi ad operare nell’ambito delle discriminazioni sociali che riguardino tutti gli aspetti del vivere e quindi i contesti lavorativi e i diversi luoghi in generale in cui avviene la socialità, ma anche l’ambito economico e quello culturale in generale.

Lucia Medri

 

 

 

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