27 Febbraio2025

Un’epoca nuova per il welfare aziendale

censis

Giovanni Scansani ci offre una lettura del recentissimo VIII Rapporto CENSIS sul Welfare Aziendale soffermandosi sui passaggi che hanno dato centralità al tema intorno al quale sta maturando l’evoluzione del Welfare Aziendale contemporaneo

Si legge sempre con grande interesse il Rapporto CENSIS” sul Welfare Aziendale giunto, quest’anno, alla sua VIII edizione (significativamente intitolata: “Lavoro, aziende e benessere dei lavoratori: un’epoca nuova”).

Di particolare rilievo è l’accento che è stato posto sulla trasformazione della funzione sociale dell’azienda in considerazione della necessità del suo farsi “Hub del benessere”.

Per entrare subito nella materia di questo intervento, va detto che un intero paragrafo del Rapporto è dedicato alla condizione nella quale versa la maggioranza di tutti noi quando, di fronte ad un problema al quale il Welfare Pubblico dovrebbe offrire risposta, si materializza il dramma del “Non so a chi rivolgermi” (questo il titolo del paragrafo 4.1.3 del Rapporto).

Le “mancanze” del Welfare Pubblico

Come ci ricorda il CENSIS, tale condizione – purtroppo molto diffusa – deriva dal fatto che “il rapporto con il sistema di welfare, dalla sanità alla previdenza alla non autosufficienza, è condizionato da una molteplicità di difficoltà, deficit e mancanze che si trasformano in altrettanti problemi irrisolti per le persone con relativo stress”. Una condizione – si può aggiungere – che ha ovvie e negative conseguenze sul piano della qualità non solo della vita, ma anche nei suoi riflessi nel lavoro e quindi sulla sua produttività.

Una delle “mancanze” (che ne trascina, poi, molte altre) è l’assenza di (o la difficoltà a reperire con facilità e completezza le) informazioni necessarie al reperimento di risorse economiche che, in base ai requisiti richiesti, ci spetterebbe invece di ottenere come utile integrazione del nostro budget personale o per il fronteggiamento di situazioni di criticità (si pensi al tema dell’assistenza domiciliare di un familiare anziano non autosufficiente – necessità sempre più diffusa per le ben note dinamiche demografiche che caratterizzano il nostro Paese).

Queste “mancanze” sono, tra l’altro, le responsabili di un vero e proprio “danno” che si genera nell’equilibrio economico delle persone e delle famiglie perché si sostanziano nella non conoscenza di una serie di opzioni che, al contrario, se opportunamente sfruttate (e per esserlo devono, appunto, conoscersi) avrebbero il pregio di contribuire (e talvolta non poco) al sostegno economico dei beneficiari che hanno titolo per accedervi. Tra questi vi sono i lavoratori e i loro familiari e nel Paese con i salari tra i più bassi d’Europa si tratta di una questione di non secondaria importanza.

Un esempio: una ricerca condotta dal Collegio Carlo Alberto di Torino in collaborazione con la Fondazione Ufficio Pio ha cercato di indagare le motivazioni per le quali le famiglie torinesi (7.000 quelle oggetto dell’indagine) non usufruiscono dei servizi educativi per la prima infanzia. Un ruolo rilevante, emerso tra i fattori sociali e culturali che possono spiegare il mancato accesso ai servizi disponibili o alle agevolazioni economiche esistenti (come il bonus asilo nido), è quello attribuibile all’assenza o alla scarsità di informazioni. Il dato che colpisce è che il 52% delle famiglie di bambini italiani che avrebbero potuto avvalersi dei servizi e sfruttare il sostegno economico previsto per accedervi, “semplicemente” non sapeva dell’esistenza del bonus asilo nido (la percentuale sale al 90% per le famiglie di bambini stranieri). Un dato stupefacente o forse no: anche chi sta leggendo questo articolo – come chi lo ha scritto – quante delle centinaia di misure pubbliche disponibili saprebbe elencare con certezza?

Il vuoto informativo e la diffusa confusione nella quale versano i cittadini “nel rapporto con l’offerta di welfare sono all’origine di tante situazioni complicate, stressanti, che condizionano il benessere soggettivo delle persone coinvolte” e dunque rappresentano un’area di intervento sul piano del benessere che le imprese, tramite le iniziative di Welfare Aziendale, dovrebbero certamente perseguire nell’interesse dei propri dipendenti. Anzi: come vedremo è paradossale non occuparsene, soprattutto considerando lo sbandieramento del mantra della “Persona al centro” che riempie le interviste e gli speech nei webinar e nei convegni tenuti da moltissimi HR manager nostrani.

Come sottolinea il Rapporto, “non basta che i servizi esistano, occorre che siano accessibili e riconoscibili quando le persone ne hanno bisogno” e allora l’impresa che agisce responsabilmente e si connota come “Hub del benessere” avrà tra le sue priorità non solo quella di assicurare servizi e prestazioni ai quali si può avere difficoltà ad accedere nel sistema di Welfare Pubblico (si pensi a quelli di natura contrattuale come la sanità integrativa e a quelli socio-assistenziali inclusi nei piani di Welfare Aziendale), ma anche quella di supportare i lavoratori (e relative famiglie) “ad individuare e accedere alle risposte ovunque siano collocate nel welfare ampiamente inteso, inclusivo di quello pubblico”.

Welfare Integration e Public Benefit

Questo allargamento del campo d’azione del welfare d’impresa – che si sta sviluppando con una certa velocità – è quello reso possibile dalla “Welfare Integration” con la quale, oltre alle soluzioni di benessere e di sostegno ai bisogni sociali che le imprese possono mettere in campo, si attiva un vero e proprio booster del piano di Welfare Aziendale il quale, oltre ai tradizionali Fringe&Flexible Benefit, si potenzia grazie all’innesto dei “Public Benefit” (bonus e agevolazioni di fonte statale, regionale e comunale). La traduzione “in soldoni” di questo effetto è dell’ordine (medio) di 1.200 euro all’anno pro capite che possiamo confrontare con il valore medio annuo del “Conto Welfare” del quale dispongono i lavoratori in Italia: circa 910 euro pro capite, come ci indica il report dell’”Osservatorio Welfare” curato da Edenred.

Per i datori di lavoro qual è il vantaggio dell’integrazione dei Public Benefit nei piani di welfare?

È presto detto: la possibilità di dare una maggiore robustezza al complessivo “pacchetto” messo a disposizione dei dipendenti (e stando alle medie appena ricordate, si tratterebbe di più che raddoppiarne il valore economico) si associa all’assenza della necessità di budget ulteriori rispetto a quelli che hanno finanziato il piano di welfare perché i Public Benefit sono risorse di natura pubblica. Questo, come sottolinea il CENSIS, attiva un rapporto tra lavoratore e azienda “orientato a dare soluzione non necessariamente dentro il set di servizi del welfare aziendale”. Il “respiro” delle complessive iniziative disponibili diventa, infatti, più ampio perché l’attenzione aziendale “non è più focalizzata solo su quel che concretamente, nella piattaforma di welfare aziendale, può essere messo a disposizione dei lavoratori all’interno del plafond economico di cui beneficiano, ma sui bisogni del lavoratore e sulle risposte che l’intero sistema di welfare è in grado di garantire”.

Aprirsi all’intero sistema di welfare significa, anzitutto, rendere disponibili le informazioni (che mancano), semplificarne i contenuti (che sono complessi) ed eliminare alcuni bias cognitivi come, ad esempio, quello che fa ritenere a molti lavoratori di non avere diritto a bonus e agevolazioni proprio in quanto dispongono di un reddito. Questo pregiudizio vive sull’ignoranza del fatto che molte misure pubbliche non sono collegate all’ISEE. Di più: anche laddove esse lo siano – e ciò riguarda proprio le misure più “ricche” in termini di sostegno economico erogato – l’asticella per l’accesso al contributo è spesso fissata a livelli ISEE del tutto compatibili con la posizione economico-patrimoniale media di un nucleo familiare nel quale uno o entrambi i componenti adulti lavorino.

Come integrare il Welfare (aziendale + pubblico)

Informare su una materia enorme, frammentata nei mille rivoli di una burocrazia volutamente resa complessa da pubbliche amministrazioni tutt’altro che family o citizen friendly, non è cosa facile.

La tecnologia, però, ci aiuta anche in questo caso. Sono, infatti, disponibili soluzioni web-based in grado di articolare, grazie all’impiego dell’AI, risposte personalizzate in funzione dei diversi possibili àmbiti di intervento (famiglia, studio, salute, casa, non autosufficienza, mobilità, ecc.). A livello individuale e/o familiare diventa così possibile non perdersi nella jungla delle agevolazioni e “centrare” l’obiettivo della semplificazione senza rinunciare alla completezza informativa. In tal modo le misure possono essere conosciute con facilità e sfruttate rapidamente abbassando gli elevati tassi di non-take-up dei bonus pubblici.

A quest’ultimo proposito sarà bene ricordare che sin dal 2015 Eurofound ci aveva reso edotti del fatto che, in media, almeno il 40% dei potenziali beneficiari delle misure di sostegno pubbliche non le conosce e che, anche ove ne abbia contezza, quelle misure sono spesso soggette ad alti tassi di desistenza dal loro take-up a causa delle complessità burocratiche. Il panorama negli anni successivi è rimasto stabile, almeno qui da noi: il report INAPP del 2022 ci dice che scarsa informazione, bias cognitivi e rinunce ad affrontare le contorte procedure pubbliche di accesso alle misure riguardano almeno il 37% degli italiani.

Informare e semplificare questa complessa realtà è già molto, ma non basta.

Il CENSIS ci ricorda che il 41,8% dei lavoratori dipendenti dichiara che sarebbe molto utile “poter contare su un consulente esperto di cui avere fiducia per suggerimenti, indicazioni in materia di welfare, dalla sanità alla non autosufficienza alla previdenza”. Chiamiamolo Welfare Coach o Welfare Manager, sta di fatto che è ancora una minoranza “illuminata” quella delle aziende che offrono servizi di questo tipo. Ma gli operatori del settore (i principali Welfare Provider e soprattutto chi opera come “Welfare Integration Partner”) possono sopperire a questa carenza offrendo soluzioni di supporto molto utili per generare nelle persone conoscenza e capability che possano metterle nelle condizioni di attivarsi. Laddove necessario, lavoratrici e lavoratori potranno ricevere, anche nella fase di take-up, un supporto che faciliti l’accesso alle singole misure il cui valore economico, una volta acquisito, si aggiungerà idealmente a quello del “Conto Welfare” individuale di fonte aziendale, ma – come si è detto – senza gravare sui conti dell’impresa). Questo supporto, oltre a riguardare un altro aspetto che complica lo scenario (l’acquisizione della documentazione occorrente che oggi può farsi online tramite le piattaforme degli operatori specializzati) si estende anche alla consulenza in ambito fiscale, legale e familiare sciogliendo molti nodi complicati che intrecciano problemi individuali o familiari alle difficoltà informative ed alla mancanza di orientamento sulle scelte più opportune da fare.

Lo sviluppo della Welfare Integration: un passaggio culturale

Sembra evidente che il tema della “messa a sistema” degli interventi di natura pubblica con quelli derivanti dall’iniziativa privata nel campo della protezione sociale possa trovare – come in effetti sta trovando – un fertile terreno di coltura proprio nell’ambito del Welfare Aziendale.

Questo trend non è registrabile solo guardando alle dinamiche che caratterizzano le iniziative poste in essere dalle grandi imprese (ad esempio, in alcune gare d’appalto di grandi aziende committenti, comincia ad essere prevista, tra le funzionalità di cui deve essere dotato il portale di Welfare Aziendale, anche la “gestione del welfare pubblico”) perché un buon numero di case-history comincia ad essere espresso anche dalle PMI e tra queste vi sono anche quelle prive di piani di Welfare Aziendale che attivano (perlomeno) i servizi capaci di facilitare l’accesso alle misure pubbliche di sostegno al reddito come fosse una sorta entry level del welfare d’impresa.

Si profila un salto di qualità capace di massimizzare le risorse disponibili e di accrescerne l’efficacia e l’efficienza, evitando, ad esempio, duplicazioni o errori di allocazione. Prima di “spendere” il proprio “Conto Welfare” per dare risposta ad un bisogno sarebbe opportuno avvalersi delle risorse già sul tavolo: in primis quelle pubbliche nazionali, poi quelle regionali e comunali.

Dovrebbe essere evidente che l’assenza di una integrazione tra il Welfare Aziendale e il Welfare Pubblico (almeno quanto alla sua componente monetaria) è un vero e proprio paradosso. Imprese e lavoratori, oltretutto, quelle risorse hanno contribuito a generarle (con la fiscalità) eppure questi ultimi (non conoscendole) non se ne avvalgono come dovrebbero (lo stesso dicasi per quelle offerte dagli Enti Bilaterali ai quali imprese e lavoratori versano una contribuzione senza che poi si attivino le logiche sinergie capaci di irrobustire il complessivo welfare da rendere disponibile ai beneficiari).

Dice bene il CENSIS quando ci ricorda che quello in atto è “un passaggio culturale, prima ancora che operativo, che gli attori del welfare aziendale devono fare e che trasforma quest’ultimo nelle modalità in cui si è imposto e strutturato in questi anni in un pezzo importante di un sistema più ampio di welfare” (che include quello pubblico). L’azienda diventa così “luogo di ascolto e di supporto, capace di alleggerire il carico emotivo e pratico, guidando il lavoratore in tutte quelle situazioni quotidiane fonte di stress, dall’orientamento sulla pensione, alla scelta del mutuo o il rientro dall’ospedale per le neo-mamme”.

Così facendo – sottolinea il Rapporto – le imprese allargano il perimetro del Welfare Aziendale “tradizionale”, abbracciando “una visione olistica del benessere che si occupa di tutti gli aspetti della vita del lavoratore, contribuendo così al suo equilibrio e alla sua serenità”.

Non potrebbe essere descritta meglio la portata più profonda dell’autentico Welfare Aziendale, strettamente ancorata alla sua funzione sociale (senza la quale neppure potrebbe giustificarsi il favor fiscale che lo rende possibile) e della quale la principale “leva” da azionare per il suo perseguimento non può che essere l’enorme giacimento di risorse “non riscosse” che alimenta l’offerta di centinaia di Public Benefit.

Giovanni Scansani

co-fondatore di Bonoos

 

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