19 Maggio2021

Monica Bormetti: il New Normal all’insegna del pensiero circolare

Monica Bormetti

Verso la nuova normalità: come si guarda al futuro del lavoro e della psicologia, per le persone e le aziende? Ne parliamo con Monica Bormetti, psicologa del lavoro e autrice dei programmi Smart Break e New Normal Live, quest’ultimo curato e condotto insieme al giornalista Filippo Poletti

Dopo l’ultimo anno, c’è stato un cambiamento dei modelli di psicologia del lavoro se sì in che modo?

Dal mio osservatorio di psicologa del lavoro ho potuto constatare che non c’è stato un cambiamento dei modelli di psicologia del lavoro ma la psicologia è stata certamente impattata nell’ultimo anno dalle tematiche per cui è stata chiamata a intervenire. Da un lato la predominanza di temi riguardanti la gestione dell’emergenza e il rifugio nella tecnologia che è diventata parte integrante delle nostre vite, e dall’altro il disagio psicologico. Consideriamo dunque le conseguenze dovute all’interconnessione e come hanno inciso sul work life balance e sull’organizzazione dello smart working.

In questo contesto come si inserisce New Normal Live all’interno della programmazione di Smart Break nato nel 2017?

Sono due contenitori paralleli e non uno interno all’altro: New Normal live è un programma live creato con Filippo Poletti, giornalista che si occupa di rassegna stampa dedicata al mondo del lavoro, e ha l’obiettivo di porsi oltre la narrativa comune della lamentatio per ragionare con il sorriso e propositività verso la svolta e la nuova normalità nel contesto lavorativo. E tutti gli spunti finora forniti dai/dalle nostri/e ospiti sono stati preziosi proprio perché con grinta guardano in questa direzione. Smart Break invece, nasce nel 2017 con l’obiettivo di informare ad un uso consapevole dei mezzi digitali, per una formazione alla cultura digitale che sia sana e utile al mondo dell’impresa. Ad accomunare i due programmi è poi la volontà di ispirare e orientare le organizzazioni di domani verso un futuro migliore.

A proposito di tecnologia e anche digitalizzazione e ricerca sui Big Data, quanto questa quantità di informazioni è funzionale all’emersione e alla conoscenza della diversità? Non si rischia forse un’eccessiva uniformità di categorizzazione e targetizzazione del pensiero?

Si rischia, sì. Da una parte si corre costantemente il rischio di finire in una filter bubble di informazioni che definiscono i pensieri e i comportamenti, un vero e proprio filtro costruito attraverso il bias di conferma, ovvero l’errore cognitivo generato dalla nostra ricerca di conferme. Possiamo allontanarci da questa bolla, solo se ci imponiamo la ricerca di un elemento contrario e distante. Dall’altra parte, la conoscenza dei big data e la quantità di informazioni e stimoli generata, determina la difficoltà di saper scegliere, da cui deriva il blocco delle azioni. Per questo è quanto più necessario dover puntare sulla formazione di un pensiero critico che possa sapersi districare in questo orizzonte.

Il lavoro agile corrisponde anche ad un “pensiero agile” sviluppato dalle persone (manager e dipendenti) che sono state costrette a lavorare in smart working a causa della pandemia e/o da coloro che lo hanno scelto autonomamente?

Credo sia abbastanza sotto gli occhi di tutti quanto i due termini non siano affatto sinonimi anche se la direzione sembra quella di colmare le differenze, rendendoli maggiormente aderenti. Del resto, la condizione nella quale ci siamo trovati negli ultimi mesi è stata quella di prendere quello che accadeva in ufficio e trasportarlo a casa. Ora è il momento di lasciare andare l’ottica lineare di pianificazione che ci ha accompagnato finora, facendo prevalere un pensiero che sia quanto più circolare, fatto di sperimentazione, prove ed errori e nuovi inizi. Atteggiamento valido sia per il benessere delle organizzazioni che quello dei singoli.

Pubblico e privato, quali azioni ulteriori dovrebbero essere messe in campo per facilitare sinergie necessarie a sostenere il bisogno di un’assistenza psicologica uguale per tutte e tutti nella vita quanto nel lavoro?

Ci vorrebbe un forte cambiamento culturale che non può avvenire tra oggi e domani ma deve essere graduale. Non si può generalizzare in assoluto ma in molti contesti è ancora vivo lo stereotipo dello “psicologo strizza cervelli”. È necessario introdurre azioni di assistenza psicologica all’interno delle aziende, e dichiarare in contesti convegnistici l’importanza di questi percorsi. Inoltre, bisognerebbe eliminare possibili attriti alla richiesta di aiuto delle persone e favorire una facilità di accesso, tanto a uno sportello di ascolto che al contatto diretto con un professionista.

In riferimento al claim del vostro programma, come si costruisce allora quel “meglio di prima”?

La domanda solleva una questione delicata e ampia. Sono tre gli spunti che ci possono aiutare e che mi permettono di ripercorrere tutte le chiacchierate fatte finora con le/i nostri/e ospiti:

  • sviluppare quotidianamente un approccio curioso e aperto, consolidando un mindset positivo perché per costruire il meglio serve un’attitudine aperta
  • saper osservare i cambiamenti e il mondo attorno a noi e, tornando ai Big data, è opportuno uscire sempre dal mondo riduttivo che essi generano e guardare altrove
  • puntare sulle persone, per il “meglio di prima”non si può più partire da io ma da noi, ascoltando e ascoltandoci reciprocamente

Lucia Medri

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