Previdenza

Fondi pensione? Maré ci pensa e boccia (a metà) Mucchetti

Mauro-Marè

È passato più di un mese dalla provocazione di Massimo Mucchetti sui fondi pensione. Ma il tema resta centrale per il risparmio previdenziale di milioni di italiani. C’è chi vorrebbe tornare al silenzio-assenso per l’adesione ai fondi… Mauro Maré dice la sua.

Massimo Mucchetti all’inizio del mese di gennaio ha lanciato una sassata nello stagno della previdenza complementare. A differenza del tormentato mondo delle “pensioni”, intese come prestazioni obbligatorie del sistema pubblico (costantemente oggetto di riforma con scaloni, scalini, esodati, quote e ripensamenti), il secondo pilastro della previdenza vive da un quarto di secolo in un mondo ovattato; talmente ovattato da coinvolgere meno di un terzo dei lavoratori italiani; poco più del 20% se consideriamo coloro che effettivamente pagano i premi previsti dall’adesione al proprio fondo di riferimento.

Provocatore da giornalista, irregolare nelle file del Pd anche durante il suo mandato parlamentare da senatore, con un’articolessa sul Foglio, Mucchetti ha scelto la strada del politicamente scorretto. Mentre c’è chi, più o meno velatamente, si pone il problema di rendere obbligatoria l’adesione al secondo pilastro previdenziale (almeno con un ripristino del silenzio-assenso che nel 2007 consentì l’iscrizione di molti lavoratori dipendenti ai fondi negoziali), Mucchetti propone di consentire una volontaria contribuzione aggiuntiva presso Inps. L’idea – che prese le prime mosse nel 2012, con il disegno di legge “IntegraInps” che rimase chiuso in un cassetto, complice l’imminente scioglimento delle Camere, all’inizio del 2013, l’ostilità dei sindacati, e l’ondata anti-casta, anti-sistema, che tutto travolse, tacciando anche le buone proposte come cattive intenzioni – non riguarda la creazione di un nuovo fondo di previdenza complementare, alternativo e concorrente degli attuali quasi 400 (eh sì, un po’ tanti!). Nulla a che vedere con la suggestione del presidente Inps Tridico che vorrebbe invece un vero e proprio fondo Inps a capitalizzazione, per integrare la prestazione pensionistica che sarà sempre più magra.

Mucchetti vorrebbe che i lavoratori dipendenti potessero versare contributi volontari, destinati a migliorare la prestazione previdenziale – sempre secondo il criterio della ripartizione – attraverso il calcolo con il metodo contributivo. Una rivoluzione? Per Mucchetti almeno una opzione di libertà in più, per aumentare le entrate contributive pubbliche da vincolare a investimenti in economia reale. Due nemici sicuri: l’industria del risparmio bancario-assicurativo, il mondo sindacale.

Infatti si sono levate solo voci contro. Come era prevedibile. Talvolta facendo confusione, a volte erogando bacchettate un po’ arroganti e poco disponibili al confronto. Al netto della provocazione – c’è chi l’ha definita una “mucchettata”, memore della vocazione “contrarian” dell’ex vice-direttore del Corriere della Sera – la questione del futuro dei Fondi pensione, a 25 anni dalla riforma della previdenza complementare, non è di poco conto.

Mauro Maré, consigliere del Mef, docente universitario, presidente di Mefop, entra nel dibattito con il garbo (e le premesse) del professore, che stima l’interlocutore, pur non condividendo la proposta.

Veniamo al dunque. “C’è qui una confusione tra ripartizione e capitalizzazione. Mentre ha senso – dichiara Maré – pensare a un meccanismo di solidarietà a ripartizione, tra pensionati ricchi e poveri o tra pensionati e le generazioni che matureranno una pensione bassa per gli insufficienti montanti versati – si pensi ai lavori tipici dell’economia digitale con basse contribuzioni e periodi di inattività – un fondo a capitalizzazione pubblico è un’idea errata e pericolosa per ovvie ragioni. Treu, Cazzola, io stesso negli anni passati proponemmo un meccanismo di solidarietà pubblico che potesse essere finanziato non tanto da una ulteriore contribuzione volontaria, ma soprattutto dalla fiscalità generale, coinvolgendo però le basi imponibili diverse dai redditi da lavoro che sono quelle che più facilmente eludono, se non evadono, l’obbligo fiscale”.

Con onestà intellettuale Maré riconosce che “questo meccanismo di solidarietà pubblico, finanziato dai contribuenti, può derivare anche da una volontaria quota aggiuntiva, rispetto alle percentuali obbligatorie e può soddisfare una legittima esigenza di libertà” –

“Venendo invece all’idea di un fondo pubblico integrativo a capitalizzazione, essa è apparsa di tanto in tanto nel nostro paese. È un’idea errata per diverse ragioni. Innanzitutto perché al rischio di mercato – tipico degli investimenti finanziari – si aggiungerebbe un meno controllabile e per questo più forte rischio politico.  “Solo il Cile tentò nel 1979 uno schema pubblico esclusivo pensionistico a capitalizzazione. C’era però allora una dittatura! In tutto il resto del mondo, da sempre, la previdenza segue lo schema a ripartizione obbligatorio e in genere un sistema misto: pubblico a ripartizione e privato a capitalizzazione. I lavoratori attivi pagano le pensioni dei lavoratori in quiescenza oppure accumulano risorse vere in un fondo privato a capitalizzazione. I denari della contribuzione obbligatoria non si accumulano realmente nelle singole posizioni previdenziali dei contribuenti e sono solo di tipo nozionale, ma costituiscono le risorse con cui pagare  le prestazioni da ripartire ai pensionati, secondo la legislazione vigente, che tiene in conto l’andamento demografico ed economico del Paese”.

Maré inquadra la questione, aggiungendo una seconda premessa: “Il sistema a ripartizione crea un implicito patto generazionale, per il quale chi viene dopo è chiamato a garantire la prestazione di chi lo ha preceduto. Non è così nei sistemi a capitalizzazione, almeno non in modo evidente, nei quali il singolo contribuente è titolare del proprio conto previdenziale, che non chiederà alla generazione successiva, al tempo della riscossione della rendita o del capitale, la prestazione che deriverà dai mercati finanziari”.

È evidente che il sistema a capitalizzazione rafforza i diritti di proprietà e riduce il rischio politico, mentre quello a ripartizione premia il criterio solidaristico, creando vincoli (ormai sempre meno equi) tra generazioni.

I fondi di previdenza complementare privati –negoziali o aperti – si propongono di distribuire il rischio, secondo ogni buona logica di investimento. Il fondo pubblico obbligatorio è regolato dalle leggi, e dalla politica economica e per sua natura dipende da scelte politiche. I fondi privati, se ben gestiti, sono esposti solo al rischio del mercato finanziario.

Il pericolo dell’idea? Per Maré è evidente: “L’ipotesi di versare volontaristicamente una quota aggiuntiva di contribuzione al fondo pubblico obbligatorio a ripartizione aggiungerebbe risorse nel breve periodo, inducendo la politica ad approfittare di queste nuove disponibilità finanziarie. Non sarebbe di fatto un’entrata netta per il bilancio perché ad essa corrisponderebbe un’uscita futura – anzi la riduzione del vincolo di bilancio nel breve periodo sicuramente stimolerebbe l’incentivo a spendere di più per pensioni – esattamente l’opposto di ciò che è necessario fare”.

Ma veniamo all’altro punto debole dei Fondi pensione, indicato da Mucchetti. È vero che dei 170-180 miliardi di euro accumulati dal sistema della previdenza complementare troppo pochi sono orientati al finanziamento dell’economia reale. Ma bisogna ricordare che il capitale esiguo raccolto (imparagonabile a quello dei fondi pensione nordeuropei o anglosassoni) non consente ai fondi di poter entrare con forza nel mercato dell’economia reale. L’ingresso dei fondi pensione nel finanziamento dell’economia reale del Paese presupporrebbe anche un intervento e una vigilanza sulla governance e magari anche sugli obiettivi di sostenibilità dell’investimento.

“Sacrosanta l’obiezione avanzata sulla prevalenza dell’incasso del premio finale, piuttosto che la rendita mensile, effettivamente complementare rispetto alla prestazione obbligatoria erogata dal primo pilastro – ammette Maré -. Si dovrebbe intervenire per creare un deciso vantaggio fiscale per chi sceglie la rendita, perché questo è l’obiettivo della previdenza complementare”: assicurare una prestazione aggiuntiva che consenta di recuperare una quota di reddito, a fronte di tassi di trasformazione sempre più prossimi al 50%, dal 70-80% degli scorsi anni.

La consolidata abitudine di incassare il capitale finisce per equiparare l’attività dei fondi di previdenza complementare ad altre modalità di investimento finanziario. “Bisognerebbe introdurre qualche vantaggio fiscale per coloro che rispettano gli obiettivi della previdenza complementare, cioè la fruizione di una rendita e non l’incasso del capitale. E parallelamente qualche disincentivo per chi volesse riscuotere il capitale invece della rendita” come suggerisce Maré.

Sullo sfondo resta il problema dei problemi: la quota di contribuzione previdenziale obbligatoria è talmente alta da comprimere sul nascere – e soprattutto in una congiuntura economica sfavorevole – ogni buona intenzione di risparmio previdenziale, destinato a un secondo o terzo pilastro. Il decollo delle forme di previdenza complementare, negli altri Paesi spesso indicati come benchmark virtuosi, si accompagna ad aliquote di contribuzione obbligatoria che valgono più o meno la metà di quelle vigenti in Italia.

In un mondo perfetto si dovrebbero poter introdurre elementi di libertà in entrambi i sensi: sia per chi volesse aggiungere risorse al proprio conto corrente previdenziale obbligatorio, sia per chi volesse sottrarre risorse (e prestazioni) dal fondo pubblico, per puntare più attivamente sul secondo pilastro. Il rischio è quello di aprire il vaso di Pandora, evocando l’opting out (vale per il mondo della previdenza tanto quanto per quello della sanità), tanto aborrito da chi vede materializzarsi minacce nei confronti del pilastro pubblico.

 

Marco Barbieri

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