3 Settembre2019

Fondi pensione, anche in Italia incominciano a “pesare”

Presentato  in anteprima alla stampa il Sesto Report sugli investitori istituzionali italiani a cura del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, di cui pubblichiamo di seguito un estratto dal comunicato stampa rilasciato.

Con un patrimonio complessivo di 860 miliardi di euro totali (167 per la sola previdenza complementare), anche l’Italia inizia a vantare un mercato istituzionale di spessore. Cresce la sensibilità degli investitori istituzionali italiani nei confronti della sostenibilità ambientale e sociale: quasi la metà del campione intervistato adotta già politiche d’investimento sostenibile, l’80% intende includere o incrementare in futuro strategie ESG. Pur con la significativa eccezione delle Fondazioni di origine Bancaria, ancora modesti gli investimenti in economia reale. Rilevata in particolare la necessità di favorire il reinvestimento di una maggiore quota del TFR confluito ai fondi pensione nel sistema produttivo. Secondo gli ultimi dati OCSE elaborati dal Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, l’Italia si classifica al 15° posto per dimensioni di mercato della previdenza complementare (rapporto tra il patrimonio dei fondi pensione e il PIL), a pari livello con Finlandia e Cile, dopo gli inarrivabili USA (25.036 miliardi di euro), UK (2.474), Canada (2.280), Australia, Olanda (1.361), Giappone, Svizzera (901), Danimarca; allargando lo sguardo anche ai Paesi non OCSE, si “scende”al 18° posto dopo Sudafrica (296), Singapore (231) e Brasile (458). Con oltre 167 miliardi di patrimonio i fondi pensione italiani iniziano quindi ad avere una buona capitalizzazione e a essere un mercato interessante, tanto più che se si considerano anche gli altri investitori istituzionali, l’Italia si mantiene intornoal 15° -16° posto dell’area OCSE, compresi i Paese non OCSE, per patrimonializzazione. Quello che emerge dal Sesto Report presentato quest’oggi a Milano è quindi il ritratto di un Paese che inizia a vantare un mercato istituzionale di spessore, nonostante sia opinione ancora comune e diffusa quella secondo cui la previdenza complementare italiana non sia mai decollata, nel confronto internazionale, non raggiunga cifre paragonabili ai competitors. Benché sia intervenuta la peggiore crisi finanziaria degli ultimi 60 anni, il patrimonio dei fondi pensione è risultato in costante crescita negli ultimi 12 anni, passando da 57,78 miliardi (nel 2007) a 167,06 miliardi di euro. Sommando anche le risorse gestite da Casse professionali, Fondazioni di origine bancaria e le riserve delle compagnie di Assicurazione, il patrimonio complessivo degli investitori istituzionali italiani raggiunge quota 860 miliardi di euro. Dal punto di vista dei rendimenti, il 2018 è stato un anno particolarmente difficile a causa del generalizzato ribasso dei mercati finanziari: a eccezione delle Fondazioni di origine Bancaria e delle gestioni separate, tutti gli investitori hanno subìto una rilevante contrazione rispetto agli anni precedenti. In particolare, i fondi pensione hanno registrato performance negative inferiori anche ai cosiddetti “rendimenti obiettivo” (media quinquennale del PIL, inflazione e rivalutazione del TFR). Se però si amplia il periodo di osservazione, come è d’obbligo fare con investitori di lungo termine quali i fondi pensione, i rendimenti medi tornano a battere quelli obiettivi già a 5 e 10 anni. Se buone performance garantiscono indubbiamente l’erogazione di prestazioni previdenziali adeguate e la realizzazione degli obiettivi primari degli investitori istituzionali italiani, va poi comunque rilevato che la massimizzazione del rendimento non è più l’unica leva su cui basare le proprie scelte d’investimento.

Emerge anzi una particolare sensibilità verso le tematiche ambientali, sociali e di governo: oltre la metà degli investitori che hanno partecipato alla ricerca (55 tra Fondi Pensione Negoziali e Preesistenti, Fondazioni di origine Bancaria e Casse Professionali) adotta già oggi una politica di investimento sostenibile e quasi l’80% di tutti i rispondenti intende includere o incrementare in futuro una strategia che tenga conto dei cosiddetti fattori ESG (Environmental, Social and Governance). «L’interesse verso queste tematiche o, più in generale, per quello che potremmo definire un nuovo “capitalismo sociale”– commenta Alberto Brambilla, Presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali – è cresciuto e si sta mantenendo alto ormai da diverso tempo a livello internazionale. È ad esempio di pochi giorni fa la notizia della diffusione della Business Roundtable, documento sottoscritto da quasi 200 grandi manager e imprenditori della Corporate America che, capovolgendo il concetto di capitalismo che punta solo a massimizzare il profitto degli azionisti, si impegnano a guidare le proprie aziende nell’interesse di tutti gli stakeholders coinvolti (lavoratori, fornitori, clienti e più in generale tutta la comunità in cui operano)». Un nuovo modello di fare impresa e finanza che, secondo Brambilla, «è il modello ideale cui tendere, soprattutto alla luce della triplice sfida che ci attende nei prossimi anni: conservazione dell’ambiente, gestione dell’invecchiamento della popolazione e ricerca di una migliore convivenza sociale. Una terza via che, abbandonando alcuni estremi che hanno caratterizzato la storia più o meno recente, sappia lasciare il posto a un’economia sì basata sulla ricerca del profitto (la molla e lo strumento per qualsiasi forma di redistribuzione sociale), ma anche sulla responsabilità sociale, e che sarà tanto più praticata quanto più la finanza e i suoi interlocutori saranno attenti ai problemi di sostenibilità ambientale e sociale delle proprie attività e delle politiche di welfare». Un’attenzione nei confronti della possibilità di generare ricadute positive per il territorio che il Sesto Report Itinerari Previdenziali indaga anche attraverso numerosità e tipologia dei cosiddetti investimenti in economia reale, «investimenti dei quali –ha precisato il Prof. Brambilla nel corso del convegno di presentazione –il Paese ha grande necessità, se si pensa che quelli pubblici in conto capitale sono addirittura inferiori agli interessi che l’Italia paga sul proprio debito pubblico (meno di 50 miliardi)».

Considerando la quota nella banca conferitaria, in Cassa Depositi e Prestiti e Fondazione Con il Sud, le Fondazioni di origine Bancaria si confermano per il 2018 i maggiori investitori in economia reale domestica, con il 48,60% del patrimonio investito; seguono le Casse privatizzate dei Liberi Professionisti, con il 16,31% in aumento rispetto al 14,6% dell’anno precedente. Ancora modesto invece l’apporto dei Fondi Pensione Negoziali e Preesistenti, che si fermano rispettivamente a 3,00% e al 3,20% del patrimonio destinato alle prestazioni (vale a dire 50,41 e 58,30 miliardi). «A impressionare non positivamente –commenta Brambilla -è sicuramente l’esiguità degli investimenti dei fondi di natura contrattuale, in gran parte alimentati dal TFR “circolante interno” alle aziende e che, quindi, è e dovrebbe essere la prima e principale forma di sostegno all’economia reale. Si potrebbe sicuramente fare di più tenendo però bene a mente che, se anche il nostro Paese avesse un minimo di politica industriale, con l’apporto di questi investitori, si potrebbero favorire le realtà produttive del Paese, migliorando occupazione e sviluppo, e soprattutto evitando che alcuni nostri “gioielli” possano finire in mano a capitale esteri, come oggi spesso accade per somme risibili. Certo, si dovrebbero eliminare le pesanti tassazioni che gravano su questi investitori, trattati alla stregua di investitori speculativi, ma se manca una visione strategica del futuro del Pese tutto diventa più difficile».

Lucia Medri

 

 

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