9 Marzo2026

Cresce l’occupazione ma non la voglia di lavorare

occupazione

Lavorare meno per lavorare meglio. Lo pensano sopratutto i giovani. Nell’ultimo articolo apparso su Moneta, il nostro direttore Marco Barbieri affronta il tema collocandolo nel contesto di un generale “degiovanimento”. Di cosa si tratta?

Più del 40% degli italiani soffre di ergofobia. Cioè? “Un forte senso di paura al pensiero di recarsi al lavoro”. Il dato proviene dal nono Rapporto Censis-Eudaimon sul welfare aziendale, che fotografa – e consolida – un’immagine degli italiani poco propensi alla carriera (un terzo se ne disinteressa), e preoccupati di garantirsi una disconnessione assoluta (telefonino spento e posta elettronica non vigilata) dal luogo di lavoro, non appena se ne esce. Soprattutto se si tratta di giovani “under 34”. Niente di male, intendiamoci, ma si tratta di elementi che rischiano di mettere in dubbio il dettato costituzionale che vorrebbe la Repubblica italiana “fondata sul lavoro”.

Al punto che se l’Istat certifica in un 2% – non è poco – la quantità dei posti stabilmente vacanti nelle aziende italiane, la difficoltà di reclutamento di risorse umane è la maggiore difficoltà dichiarata dagli imprenditori del Belpaese, di gran lunga davanti alla preoccupazione per i rischi connessi alle minacce digitali e persino prima degli alti costi dell’energia. Guerra a parte.
La parola “benessere” ha sostituito e tradotto univocamente quella inglese più larga di welfare, che comprendeva tradizionalmente il tema della protezione e dell’assistenza. Il “work-life balance” sta diventando il primo criterio di scelta per il proprio posto di lavoro. Un tempo era l’azienda a selezionare i collaboratori, secondo criteri forse più ruvidi. Oggi, se il candidato ha meno di 34 anni, conclude il colloquio con un “le farò sapere” al selezionatore. Un comportamento che un “over 50” non si sarebbe mai sognato di adottare. Il lavoro è diventato una scelta, non un obbligo. Un po’ di retorica della “decrescita felice” e un po’ di provocazioni di Beppe Grillo, quando era il padre-padrone dei “5 stelle” hanno messo radici in una cultura del lavoro che insegue nuovi criteri: welfare, inclusione, flessibilità, coinvolgimento. E magari poca fatica. Poi si aggiunto il Covid, con le fragilità che ha accentuato, e il soffio della Great Resignation, la corsa alle dimissioni senza aver la certezza di un nuovo posto di lavoro.

Tutto questo accade nel tempo in cui il mercato del lavoro in Italia è tornato a crescere, conseguendo percentuali – almeno in termini di occupazione – che non ci fanno più invidiare l’Europa. Un dubbio c’è anche di fronte al record dei 24 milioni di lavoratori in Italia: l’occupazione cresce più del Pil. Vuol dire che si tratta di lavori a bassa marginalità e con scarsa produttività (una malattia atavica del nostro sistema industriale). Più comodi. Meno sfidanti. D’altronde più di due terzi degli occupati – sempre secondo il Rapporto Censis-Eudaimon – dichiara di stancarsi troppo al lavoro; il 71% vorrebbe la settimana cortissima; l’88% vorrebbe “più benessere per tutti”.

E i giovani? Quelli più intraprendenti se ne vanno, “restano i Neet, quelli che non studiano e non lavorano, quelli meno dinamici, più scontenti”. La sintesi è di Alessandro Rosina, che dal 2012 cura il Rapporto Giovani dell’Istituto Toniolo, l’indagine più approfondita sulla condizione giovanile in Italia: in aprile è attesa la nuova edizione, che in parte possiamo anticipare. Il professor Rosina non ama le semplificazioni, giustamente, e ci tiene a precisare: “I giovani di oggi sono fatti così, dovremmo creare per loro le migliori condizioni, per non perdere il loro contributo al sistema economico e sociale, che in Italia sta subendo il più grave degiovanimento dell’Europa”. La parola “degiovanimento” è centrale nel Rapporto dell’Istituto Toniolo: la somma della crisi di natalità e della fuga all’estero di molti, troppi, giovani, quelli più capaci e più intraprendenti. “Per i giovani italiani, la mobilità internazionale viene spesso percepita come una risposta alla fragilità del mercato del lavoro nazionale” spiega Rosina.

Fragilità e farraginosità di un mercato del lavoro che sembra compiacersi di creare una corsa a ostacoli per incrociare domanda e offerta di lavoro. Un mercato del lavoro così impraticabile è figlio di una diffidenza storica verso l’imprenditorialità e il profitto. Ma oggi questa carenza di politiche attive per il lavoro si accentua di fronte a una mobilità internazionale più facile, rispetto al passato.

“Le economie mature avanzate concorrono sempre di più per attrarre i talenti migliori, il cui valore rappresenta uno degli elementi chiave della crescita e dello sviluppo di un territorio – aggiunge Rosina – l’analisi proposta nel nuovo Rapporto Giovani ha confermato e ulteriormente evidenziato il paradosso dell’Italia: meno giovani e meno laureati rispetto al resto d’Europa, un saldo negativo più marcato tra entrate e uscite, e una maggiore percezione della scarsa attrattività del proprio paese”. La maggioranza dei giovani italiani è convinta di poter costruire meglio il proprio futuro fuori dall’Italia: dal 54% che punta Spagna o Francia, fino al 64,6% che guarda alla Gran Bretagna, per arrivare al 71,4% che scommette sulla Germania. E non accade il reciproco, cioè i giovani europei non guardano all’Italia come un posto dove partire per la propria carriera.

Nel confronto con le altre grandi nazioni europee non arriva al 12% la percentuale dei giovani italiani (18-34 anni) che ritengono il proprio paese capace di offrire maggiori opportunità di realizzazione dei propri obiettivi di vita. Una sconfitta e una preoccupazione per il futuro, non solo dei giovani, ma di tutto il Paese. Soprattutto oggi che abbiamo capito che dei giovani abbiamo bisogno. Per trattenere i migliori servirebbe “un mercato del lavoro più snello, più efficiente” come aggiunge il professor Rosina: un po’ più liberalizzato, con meno lacciuoli. Un po’ meno protetto? Certamente l’ombrello della famiglia di origine rassicura, ma non consente di navigare in mare aperto. Non si tratta di evocare il Far West, ma il dinamismo e la soddisfazione nel lavoro richiede una maggior propensione alla competizione. Lavorare stanca, ma non se può fare a meno.

Marco Barbieri

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