Settembre porta con sé il conto del rientro a scuola, e quest’anno pesa più del solito. Secondo il monitoraggio dell’Osservatorio Nazionale Federconsumatori, la spesa per il corredo scolastico si attesta quest’anno a circa 673,60 euro per alunno, in crescita del 2,3% rispetto al 2025. A questa cifra si aggiungono in media 545,66 euro per libri di testo e due dizionari (+1,6%). Per chi affronta un passaggio di ciclo la spesa sale ancora: un ragazzo che inizia le scuole superiori di secondo grado, tra libri, quattro dizionari e corredo, arriva a un esborso complessivo di 1.478,75 euro, mentre chi entra in prima media spende in media 1.235,21 euro. Se si aggiungono dispositivi tecnologici e abbonamenti utili alla didattica, il conto sale di oltre altri 421 euro.
In questo scenario il welfare aziendale resta uno degli strumenti più concreti a disposizione delle imprese per alleggerire il bilancio dei dipendenti, con un doppio vantaggio fiscale per entrambe le parti.
Cosa si può rimborsare davvero
L’articolo 51, comma 2, lettera f-bis) del TUIR consente alle aziende di riconoscere ai dipendenti, in esenzione fiscale e contributiva, somme e servizi destinati all’educazione e all’istruzione dei familiari. Nella pratica, la lista delle spese rimborsabili è più ampia di quanto si pensi: rette di iscrizione e frequenza (dall’asilo nido ai master post-laurea), mensa scolastica, servizi pre e post scuola, centri estivi e invernali, ludoteche, scuolabus, gite scolastiche, libri di testo, dispositivi informatici per la didattica e materiale di cancelleria. Rientrano inoltre gli abbonamenti al trasporto pubblico utilizzati dai familiari beneficiari, a condizione che il familiare risulti fiscalmente a carico.
Un orientamento più recente, riportato da Confindustria Toscana Centro e Costa, ha esteso la possibilità di includere nel welfare aziendale anche il servizio di baby-sitting, senza che sia necessario un collegamento diretto con l’offerta formativa scolastica — un chiarimento non ancora tradotto in una risposta a interpello numerata come le due che seguono, ma che amplia comunque gli strumenti a disposizione delle imprese per la conciliazione vita-lavoro.
Le novità dell’Agenzia delle Entrate: irrilevante chi paga
Due risposte a interpello pubblicate quest’estate cambiano in modo concreto la gestione pratica dei rimborsi. Con la Risposta n. 159/2026, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che il beneficio spetta anche quando il pagamento della spesa scolastica non è stato effettuato direttamente dal dipendente, ma ad esempio dal coniuge: quello che conta è che il servizio riguardi un familiare individuato dall’articolo 12 del TUIR e che l’azienda conservi la documentazione idonea.
Attenzione però al divieto di doppia agevolazione: se la spesa viene rimborsata dal datore di lavoro e non concorre alla formazione del reddito del dipendente, la stessa spesa non può essere portata in detrazione nella dichiarazione dei redditi, e l’azienda dovrà raccogliere una dichiarazione del lavoratore in tal senso.
La Risposta n. 163/2026 affronta invece il rimborso delle spese di assistenza per familiari anziani o non autosufficienti ricoverati in RSA, chiarendo che grazie alle modifiche introdotte dal D.Lgs. 148/2026 non è più necessario l’obbligo di convivenza con il familiare assistito quando la norma fa riferimento generico ai familiari dell’articolo 12 del TUIR.
Cambia anche il perimetro dei familiari beneficiari
Con il decreto correttivo Omnibus (D.Lgs. n. 148/2026), la platea dei familiari per cui si possono rimborsare le spese di istruzione si allarga a coniuge, figli e altri familiari individuati dall’articolo 433 del Codice civile, anche se non conviventi e non fiscalmente a carico del dipendente — resta invece necessaria la condizione di familiare a carico per gli abbonamenti al trasporto pubblico.
Come funziona in pratica
Il piano di welfare deve essere istituito tramite contratto o accordo collettivo, regolamento aziendale o atto volontario del datore di lavoro, e le misure vanno destinate alla generalità dei dipendenti o a categorie omogenee: non è ammesso il beneficio ad personam. Per ottenere il rimborso il lavoratore deve sostenere la spesa, conservare fattura o ricevuta fiscale da cui risultino il fruitore del servizio, la tipologia della prestazione e l’importo, e presentare la richiesta secondo le modalità del piano aziendale.
Con un caro-scuola che quest’anno pesa più che mai sulle famiglie, per le aziende con un piano welfare già attivo — o che stanno valutando di introdurlo — il periodo settembre-ottobre resta il momento più naturale per ricordare ai dipendenti quali spese possono già essere messe a rimborso.
Migliori ambienti di lavoro in Europa: solo 5 le aziende italiane, nessuna sul podio
Settembre 17, 2026