7 Settembre2026

Badanti, quasi un rapporto di lavoro su tre finisce entro l’anno

Quasi il 28% dei rapporti di lavoro con le badanti si esaurisce entro l’anno, il 12,6% entro il primo mese

Trovare una badante e scegliere la badante giusta non sono, per molte famiglie italiane, la stessa cosa. Un’analisi condotta da Elderlink, piattaforma digitale di matching per l’assistenza domiciliare alla terza età, segnala che il 27,9% dei rapporti di lavoro con le badanti viene avviato e concluso nello stesso anno, mentre il 12,6% si interrompe già entro il primo mese. Circa una famiglia su tre indica un disallineamento tra le competenze attese e quelle effettivamente riscontrate nella persona assunta.

Il fenomeno si inserisce in un quadro demografico che rende la domanda di assistenza familiare sempre più strutturale: con l’invecchiamento della popolazione italiana e il progressivo rientro alla normale routine lavorativa dopo la pandemia, per un numero crescente di famiglie diventa difficile conciliare la cura di un genitore anziano con gli impegni quotidiani, spingendo verso soluzioni esterne che però non sempre vengono scelte con gli strumenti giusti.

«Quando una famiglia cerca una badante spesso lo fa in un momento di grande necessità, e la fretta rischia di portare a una scelta che non tiene conto di tutti gli elementi necessari» commenta Sabrina Cunsolo, co-founder di Elderlink. «Il nostro obiettivo è aiutare le famiglie a fermarsi sui criteri che contano davvero, perché la vera sfida è costruire le condizioni perché il rapporto possa funzionare nel tempo».

Tra le cause più ricorrenti di un abbinamento che non regge c’è anzitutto la fretta con cui si avvia la ricerca: definire in anticipo quante ore di assistenza servono e per quali compiti (mobilità, igiene, pasti, semplice presenza) permette di scartare da subito i profili incompatibili, invece di scoprirlo dopo settimane di prova. Pesa poi la tentazione di fermarsi al primo profilo disponibile o di scegliere solo in base a prezzo e vicinanza geografica, criteri che nel breve periodo semplificano la ricerca ma che nel tempo si traducono spesso in cambi frequenti, proprio quando l’anziano avrebbe bisogno di continuità. Un altro nodo è la verifica: un profilo ben scritto non basta a garantire che l’esperienza dichiarata sia coerente con il tipo di assistenza richiesta, ed è qui che un colloquio diretto – non solo messaggi o telefonate – diventa decisivo per capire come la persona comunica e si relaziona, oltre che per valutare la compatibilità con i ritmi della famiglia.

Un tema, quello della qualità del matching, che si lega a doppio filo a un fenomeno più ampio: la crescita costante del bisogno di assistenza domiciliare e la parallela contrazione del lavoro domestico regolare, con le badanti che, secondo i dati Inps elaborati da Assindatcolf e diffusi a novembre 2025, hanno per la prima volta superato numericamente le colf tra i lavoratori iscritti (413 mila contro 404 mila).

Il tema riguarda sempre più da vicino anche le imprese. Quando la ricerca di una badante si trascina o l’abbinamento fallisce, a farne le spese è spesso anche la vita professionale di chi se ne occupa: permessi, telefonate durante l’orario di lavoro, giornate di assenza non programmate. Non a caso il supporto ai dipendenti caregiver – attraverso consulenza dedicata, servizi convenzionati o semplice flessibilità oraria – è una delle voci che un numero crescente di piani di welfare aziendale sta iniziando a includere, in un percorso che va di pari passo con l’invecchiamento della popolazione e con la crescente difficoltà delle famiglie a gestire la cura di un anziano senza alcun supporto esterno.

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