Parliamo di occupazione e welfare dalla prospettiva delle donne con Claudia Conte giornalista e autrice del romanzo “Dove nascono i silenzi”, presentato in anteprima a Casa Sanremo e realizzato con il patrocinio dell’Osservatorio Nazionale su Bullismo e Disagio Giovanile
Nel 2024 il tasso di occupazione femminile in Italia ha raggiunto il 53,3%, ma resta di quasi 18 punti inferiore a quello maschile. E quando lavorano, le donne guadagnano in media il 25,7% in meno degli uomini: 82,63 euro di retribuzione giornaliera lorda contro 111,25. Sono i numeri del Rendiconto di Genere INPS, presentato il 24 febbraio scorso. Eppure i dati raccontano una parte del problema: solo il 58% delle donne italiane ha un conto corrente personale. Avere un reddito, in altri termini, non equivale ad avere autonomia. Nel 2024 le giornate di congedo parentale usate dalle madri sono state 15,4 milioni, quelle dei padri appena 2,8 milioni. Serve, soprattutto, riconoscere che la violenza economica è una forma di violenza a tutti gli effetti: in Italia nel 2025 sono stati registrati 97 femminicidi, l’85% in ambito familiare.
Questa contraddizione è al centro di Dove nascono i silenzi, il nuovo romanzo della giornalista Claudia Conte. La protagonista, Carmela, lavora eppure subisce una forma silenziosa ma sistematica di violenza economica e psicologica: il marito che fa pesare ogni spesa, che erode la sua libertà decisionale, che trasforma il reddito in dipendenza. Intorno a lei, i figli Eugenio e Iside crescono in una casa dove i conflitti non esplodono ma covano, dove i silenzi degli adulti alimentano le fragilità dei più giovani — un fenomeno che Telefono Azzurro documenta con 181 casi di bullismo registrati solo nell’ultimo anno.
Negli ultimi mesi l’occupazione è in crescita. In Italia cresce anche un’occupazione di qualità per le donne?
I numeri sull’occupazione femminile stanno migliorando, ma la vera domanda è: che tipo di lavoro è? Molto spesso parliamo di part-time involontario, contratti precari, carriere interrotte dalla maternità. La qualità conta quanto la quantità. Nel mio romanzo, Carmela lavora, ha uno stipendio, eppure non è libera. Perché? Perché l’autonomia economica non è solo avere un reddito: è poterlo gestire senza essere controllate o colpevolizzate. Se una donna deve giustificare ogni spesa, non è davvero autonoma.
Cosa vuol dire oggi essere una donna indipendente economicamente? E a che età si raggiunge questa stabilità?
Essere indipendente significa poter scegliere. Dove vivere, se avere figli, come investire, quando dire no.
Oggi però la stabilità arriva sempre più tardi: precarietà, costo della vita elevato, carriere discontinue rendono difficile raggiungerla prima dei 35-40 anni. Questo tocca ledonne, ma anche i giovani più in generale. In città come Torino — dove vive Eugenio — anche uno stipendio “normale” può non bastare per costruire un’autonomia reale. L’indipendenza economica non è solo un traguardo individuale: è un equilibrio tra reddito, costo della vita e sicurezza lavorativa.
Il dato economico è l’unico fattore determinante per l’autonomia?
No. Il reddito è condizione necessaria, ma non sufficiente. Carmela guadagna, ma subisce una forma di violenza psicologica ed economica: il marito le fa pesare le spese, insinua che sia lui a mantenere la famiglia, la priva di libertà decisionale. L’autonomia è anche culturale, relazionale, psicologica. Una donna può avere uno stipendio e non avere potere. L’autonomia vera nasce quando reddito, consapevolezza e libertà decisionale coincidono.
Cosa dovrebbe insegnare un corso aziendale sull’autonomia finanziaria femminile?
Non solo nozioni tecniche. Dovrebbe insegnare: educazione finanziaria concreta (risparmio, investimento, previdenza); consapevolezza dei bias culturali sul denaro; negoziazione salariale; pianificazione della carriera e della maternità; riconoscimento delle dinamiche di controllo economico nelle relazioni. E dovrebbe coinvolgere anche gli uomini. Perché l’autonomia femminile non è un tema “di genere”, è un tema di equità organizzativa.
Qual è il confronto con l’Unione Europea?
L’Italia resta sotto la media UE per tasso di occupazione femminile e presenta ancora un forte gender pay gap indiretto, legato a carriere discontinue e carichi di cura. Altri Paesi europei hanno investito di più in servizi, welfare e politiche attive. Il punto è questo: l’autonomia economica femminile non è solo una questione individuale, ma sistemica. Richiede politiche pubbliche, servizi per l’infanzia, condivisione dei carichi familiari e cultura aziendale inclusiva.
Lucia Medri
Il “quiet quitting non è una fuga ma una forma di autodifesa
Luglio 17, 2025