10 Dicembre2020

E se il welfare aziendale fosse una soluzione sociale?

Eudaimon

Le direzioni Risorse Umane delle aziende (pubbliche e private) continuano a interrogarsi sul futuro del welfare aziendale. Ecco di seguito il contributo di David Trotti, Presidente Aidp Lazio

È innegabile che nel nostro mondo di oggi il welfare rectius benessere sia un tema che, “volenti o nolenti”, è al centro della vita quotidiana. Il Covid-19 ha posto questo istituto, nato per abbattere i costi del lavoro, al Centro del nostro essere (organizzativo) quotidiano. Sta affiorando sempre più una particolare declinazione del welfare, ovvero quello della relazione tra il lavoratore e la propria organizzazione. Oggi, come non mai, si può affermare che è interesse dell’azienda mantenere il livello di benessere massimo dei lavoratori.

Più che mai il welfare è necessario sia dal punto di vista retributivo che organizzativo (le due facce del mondo Hr). In questo contesto si inquadrano alcune proposte che ho fatto su wewelfare che possono essere connesse a quanto il presidente di Confindustria Bonomi ha detto parlando di welfare e retribuzione. A mio avviso, infatti, le organizzazioni economiche, sempre più assimilabili ad esseri viventi, dovranno percorrere la strada prospettata dall’intreccio tra benessere economico (abbattimento del costo del lavoro) e benessere organizzativo (salute di ogni singolo lavoratore). Sforzarci (datori di lavoro e rappresentanti dei lavoratori) di sviluppare soluzioni (win to win) su questo versante ci sta facendo rendere conto che è necessario trovare nuovi significati al welfare. Il mondo del lavoro è il primo che ci richiede questo sforzo di nuova consapevolezza: mostrandoci la necessità delle logiche del reciproco benessere.

A mio avviso, il dibattito sul welfare sta dimostrando che le aziende e le organizzazioni produttive sono “esseri viventi”. Pensiamo al nostro corpo: se i polmoni si ammalano di Covid-19, il corpo intero può morire. In una azienda se un lavoratore si ammala per Covid-19 l’intera azienda può collassare.
Sotto questa luce vanno rilette anche le logiche della relazione sindacale, che diventano lo spazio in cui si contemperano benessere delle cellule (lavoratori e lavoratrici) e benessere del corpo cui esse appartengono (l’impresa), cessando di essere arena di contrapposizione.

Se il welfare dovrà essere al centro di ogni cosa, e per me lo sarà sempre più, dovremo adeguare anche i fondamentali del lavoro ed in particolare il sinallagma. In esso dovrà entrare il welfare modificando l’equazione oggi esistente. Dovremo far apparire un rinnovato art.2099 del c.c:
La retribuzione del prestatore di lavoro può essere stabilita a tempo o a cottimo e deve essere corrisposta nella misura determinata [dalle norme corporative], con le modalità e nei termini in uso nel luogo in cui il lavoro viene eseguito. …omissis…….

Il prestatore di lavoro può anche essere retribuito in tutto o in parte con partecipazione agli utili o ai prodotti con provvigione o con prestazioni in natura o con beni di utilità sociale come definiti dalle leggi fiscali (alla parte welfare non si applica alcun contributo od imposta).

I vantaggi di questo nuovo sinallagma per l’azienda ed il lavoratore sono:
• dal punto di vista economico: abbattimento del cuneo fiscale,
• dal punto di vista organizzativo: tutela di quel benessere e della salute che oggi lo stato fatica a dare ai lavoratori ed alle lavoratrici (ad esempio polizze sanitarie ovvero LTC).

Una sinergia vincente per le aziende, i lavoratori e la società.
E allora cosa aspettiamo a modificare la legge ed ad inserire il welfare nei minimi retributivi dei CCNL?

David Trotti

Presidente Aidp Lazio

 

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