26 Maggio2026

Ricerca Le voci del welfare: “il welfare che conta non offre di più ma comprende meglio”

welfare Walà

“Le Voci del Welfare: persone e bisogni” è la ricerca che analizza i bisogni reali delle popolazioni aziendali attraverso tre anni di dati raccolti con WIN – What I Need, lo strumento digitale sviluppato da Walà e validato scientificamente da Percorsi di Secondo Welfare. Lo studio è stato presentato durante l’evento “Welfare che conta. Progettazione e misurazione per un benessere circolare” presso Avanzi coworking a Milano

Questi dati mostrano quanto i bisogni siano eterogenei e varino profondamente da persona a persona – e di conseguenza da azienda ad azienda. Un piano di welfare standardizzato non può rispondere efficacemente a una realtà così articolata. È quanto emerge da Le Voci del Welfare: persone e bisogni, la ricerca che analizza i bisogni reali delle popolazioni aziendali attraverso tre anni di dati raccolti con WIN – What I Need, lo strumento digitale sviluppato da Walà e validato scientificamente da Percorsi di Secondo Welfare. Lo studio, presentato durante l’evento Welfare che conta. Progettazione e misurazione per un benessere circolare presso Avanzi coworking a Milano, fornisce evidenze concrete su come caratteristiche socio demografiche, ruolo professionale e condizione familiare influenzino la percezione dei bisogni di welfare. Questa ricerca vuole partire dall’ascolto, come dice Martina Tombari CEO & Founder di Walà: “Il welfare, in quanto leva di innovazione e cambiamento, non può essere un iter standard: come ogni progetto, deve partire dall’analisi del contesto per sviluppare una strategia identitaria e definire obiettivi e azioni. Un’analisi che non può prescindere dall’ascolto dei bisogni delle persone.”

La ricerca, a cura di Franca Maino (Direttrice Scientifica di Percorsi di Secondo Welfare e Professoressa associata presso il Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche dell’Università degli Studi di Milano), Raffaella Saporito (Associate Professor of Practice of Public Management e Direttrice del Public Value Lab presso SDA Bocconi) e Simone Manfredi (dottorando presso il Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche dell’Università degli Studi di Milano e research fellow presso CERGAS SDA Bocconi), si basa su un database unico di 6.508 lavoratori/trici raccolto in tre anni di rilevazioni presso 17 organizzazioni distribuite in 9 regioni italiane, in settori che spaziano dall’industria al terzo settore.

Il patrimonio di dati accumulato ha permesso di individuare pattern significativi e stabili:

Genere e salute mentale: le donne hanno probabilità significativamente più alte di percepire bisogni di supporto psicologico rispetto agli uomini, indipendentemente da età e ruolo professionale.

Età e formazione: i/le lavoratori/trici under 30 esprimono necessità formative del 26% superiori alla media, mentre gli over 45 le percepiscono meno (-10 punti percentuali).

Condizione familiare: avere figli/e minori riduce la probabilità di percepire bisogni formativi (-39 punti percentuali per le donne 31-59 anni) ma aumenta quella di bisogni legati a sport e tempo libero (+12 punti).

Solitudine come fattore di rischio: le persone senza partner hanno probabilità più alte di percepire bisogni sanitari, evidenziando il ruolo protettivo delle reti familiari. Dall’analisi aggregata ai profili specifici. Le osservazioni sistematiche fatte nell’ambito della ricerca hanno permesso di identificare quattro “personas” con bisogni distintivi e ricorrenti:

Giovane operaio/a (under 30): alta priorità formazione (+26pp), bassa percezione bisogni sanitari (-7pp)

Giovane impiegato/a (under 30): forte necessità formativa, basso interesse per attività ricreative

Impiegata con figli (31-59 anni): alta percezione bisogni sanitari (+5pp) e psicologici (+6pp), bassa priorità formazione (-39pp)

Operaio over 45: percezione generalmente più bassa su tutti i bisogni, possibile indicatore di bisogni latenti non espressi

“La percezione del bisogno non coincide con l’essere portatori di un bisogno”, ha sottolineato Franca Maino durante la presentazione. “Le donne con figli mostrano bassa percezione di necessità formative non perché non ne abbiano bisogno, ma perché altri carichi prevalgono. Questo è esattamente il tipo di insight che l’analisi disaggregata permette di cogliere.” Un patrimonio di dati al servizio del welfare strategico Il database WIN rappresenta oggi un ampio archivio di bisogni di welfare disaggregati per caratteristiche individuali, consentendo analisi quantitative rigorose su come età, genere, ruolo professionale e condizione familiare influenzino la percezione dei bisogni. A dieci anni dalla riforma normativa del 2016, il welfare aziendale è in fase di consolidamento ma permangono squilibri significativi in termini di accessibilità, qualità e finalità sociali. Come emerso dalle ricerche citate nella ricerca, circa l’85% delle imprese dichiara di offrire almeno una misura di welfare, ma le aziende che rinunciano lo fanno principalmente per motivi economici (52%) e organizzativi (35%).

L’evento, dove è stata presentata la ricerca, ha riunito professionisti/e HR, mondo accademico, terzo settore e pubblica amministrazione per discutere come l’analisi dei bisogni possa trasformare il welfare aziendale da pratica standardizzata a leva strategica di benessere organizzativo e sviluppo territoriale. La ricerca evidenzia tre implicazioni operative per le organizzazioni che vogliono rendere il welfare strategicamente efficace: 1. L’analisi dei bisogni non è opzionale: senza strumenti strutturati di rilevazione, le aziende rischiano di progettare servizi che nessuno utilizza. 2. I bisogni non sono omogenei: età, genere, ruolo e condizione familiare producono configurazioni di bisogni profondamente diverse che i piani welfare devono riconoscere. 3. Dal dato all’azione: l’analisi crea valore solo quando genera decisioni visibili e monitoraggio continuo, non quando produce report che restano nei cassetti. “Oggi il welfare che conta non è quello che offre di più, ma quello che comprende meglio“, ha concluso Franca Maino. “E comprendere significa partire dai bisogni, leggerli, interpretarli e trasformarli in azione collettiva”.

La ricerca si basa su dati raccolti in tre anni attraverso WIN – What I Need, questionario adattivo su 6 aree di bisogno (carichi di cura, salute e benessere, vulnerabilità economica, formazione, mobilità, tempo libero) che considera dimensione oggettiva e soggettiva del carico. I dati sono stati analizzati con modelli di regressione logistica multivariata per isolare l’effetto delle diverse variabili socio demografiche e professionali sulla percezione dei bisogni. La ricerca completa è disponibile su: https://walawelfare.com/il-nostro-evento/

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