20 Aprile2026

Buoni pasto: mercato opaco sotto la luce dell’antritrust. Edenred aggira il tetto commissioni?

Edenred

Nell’ultimo numero di “Moneta”, il settimanale economico abbinato a “Il Giornale”, “Libero” e “Il Tempo”, il direttore di Wewelfare.it, Marco Barbieri, ha dedicato un approfondimento all’indagine promossa dall’Antitrust per abuso di posizione dominante contro Edenred

Ci risiamo. Il buono pasto torna a essere terreno minato. Graditissimi dai lavoratori (e dai commercianti) e dalle società che li emettono (una quindicina, ma quattro fanno il 90% del mercato) i buoni pasto vivono in un mercato da sempre opaco, esposto a indagini, inchieste, e nel passato vere e proprie truffe.

Nell’ultimo numero di Moneta, il settimanale economico abbinato a Il Giornale, Libero e Il Tempo, il direttore di Wewelfare.it, Marco Barbieri, ha dedicato un approfondimento all’indagine promossa dall’Antitrust per abuso di posizione dominante contro Edenred. L’Italia, con Francia, Brasile e Messico è il Paese dove il titolo di pagamento del servizio sostitutivo della mensa aziendale è più diffuso al mondo: 4 milioni di lavoratori lo utilizzano. Ma con la regolarità di un metronomo compare periodicamente un’inchiesta giudiziaria, un fallimento, una truffa clamorosa. Nei giorni scorsi una indagine dell’Antitrust. Nel mirino, ancora una volta, il leader incontrastato nel mercato, Edenred, accusato di aver violato le norme sulla concorrenza, abusando della sua posizione dominante e di aver determinato “pregiudizio al commercio intraeuropeo”.

La società che opera in Italia – controllata dall’omonima multinazionale francese che nel 2025 come Gruppo vanta 2,9 miliardi di euro di giro d’affari, con 12mila dipendenti – detiene più del 50% del mercato nazionale dei buoni pasto, producendo un fatturato di circa 400 milioni di euro (con circa 700 dipendenti) e un utile di 180 milioni.

Beh, sì, il business dei buoni pasto è particolarmente redditizio, per più di un motivo: il primo è una tecnicalità che favorisce la fiscalità dell’emettitore: vende il “titolo di legittimazione” (così si chiama il buono pasto) all’azienda con Iva al 10%, lo acquista dall’esercente con Iva al 4% su un valore nominale abbattuto del 10% (scorporo Iva in fattura). E poi, dettaglio non banale, l’emettitore incassa subito, vendendo i buoni pasto all’azienda che li distribuisce ai propri dipendenti. Ma prima di ripagarli all’esercente che li ha ricevuti in cambio del panino o della spesa, ci passa del tempo. Una contabilità che, quando i voucher erano cartacei, consentiva di lucrare fino a 120 giorni. E anche di più. Aggiungendo poi le commissioni che si strappavano all’esercente: fino al 15-20%. Dal 2024 il massimo delle commissioni è bloccato al tetto del 5%, norma già vigente dal 2022 nel settore pubblico.

L’ACCUSA DELLA GDO

E qui si arriva al faro acceso dall’Antitrust, su segnalazione della Grande distribuzione organizzata (Gdo), Federdistribuzione, Conad e Coop in testa. Il tetto imposto dalla legge deve remunerare tutte le attività necessarie nel processo, dall’emissione del buono al suo incasso. Edenred è accusata di aver imposto alla Gdo un software oneroso per contabilizzare la fatturazione dei buoni pasto incassati, non ammettendo più la pratica della connessione diretta tra il software delle casse nella Gdo e quello della piattaforma che gestisce i buoni (ormai per il 95% elettronici, quindi dematerializzati e inseriti nel flusso della contabilità digitale). In buona sostanza – questa è l’accusa – visto che non è più ammessa una commissione superiore al 5% nella fase della negoziazione, Edenred farebbe pagare obbligatoriamente un servizio aggiuntivo a carico della Gdo. Un raggiro della norma sul tetto, proprio nel canale della distribuzione che assorbe l’89% dei buoni pasto (secondo l’indagine Altis-Anseb). Se il valore dei buoni pasto nel mercato è di 4,5 miliardi di euro, vuol dire che il fatturato generato nella Gdo è di poco inferiore ai 4 miliardi di euro. Spostare solo l’1-2% con la fee richiesta per l’uso del software di servizio, vuol dire muovere 40-80 milioni di euro.

Nati come servizio sostitutivo della mensa aziendale, ormai i buoni pasto sono moneta sonante per la spesa settimanale della famiglia. Di fatto una benedetta integrazione al reddito, sotto mentite spoglie. La formula è gradita a tutti: sul ricco vantaggio degli emettitori abbiamo detto; il sistema del commercio vede nel buono pasto un veicolo promozionale importante (per la metà degli esercenti aumentano il fatturato del punto vendita); le aziende che danno i buoni pasto ai dipendenti non pagano tasse sul valore dei ticket fino ai 10 euro cadauno; i lavoratori hanno di fatto una mensilità aggiuntiva all’anno priva di fiscalità e di oneri previdenziali.

TRUFFE E INCHIESTE

Un meccanismo perfetto? Sì e no. Da sempre il mercato è opaco, per più di un motivo. Si tratta di un oligopolio, se non un vero monopolio: il 90% delle emissioni è nelle mani di quattro operatori, tra cui Edenred è il leader assoluto (da solo supera il 50% del mercato). Non solo, il meccanismo – emissione e incasso assai distanziati nel tempo – ha favorito nel passato delle clamorose truffe, come quella che portò al fallimento di QuiGroup, una decina d’anni fa. E quando si tratta di gare pubbliche (il 20% dei buoni pasto è erogato ai dipendenti pubblici) si è spesso mossa l’autorità giudiziaria per ipotesi di turbativa d’asta: sempre Edenred è sotto inchiesta da due anni per una gara pubblica nel Lazio. Grazie alla celerità della giustizia italiana siamo ancora in attesa dello svolgimento dell’udienza preliminare, che si terrà non prima della metà del prossimo mese di maggio.

E ora l’accusa di abuso di posizione dominante rivolta a Edenred, cui si contesta anche un allungamento dei termini di rimborso (come ai tempi dei ticket cartacei). L’istruttoria dell’Antitrust è appena iniziata, dovrà concludersi entro un anno. Oltre alle possibili sanzioni economiche sarà da mettere in conto anche qualche rimbalzo reputazionale. Forse non a caso in questo periodo il colosso francese ha pianificato una colossale campagna di advertising in radio e tv, anche per un evidente obiettivo di “operazione simpatia” (oltre che di estensione del mercato verso i liberi professionisti e le microimprese). Basteranno la magia cialtrona del mago Forest e la simpatia dissacrante della Gialappa’s band? Forse serve ancora un intervento normativo di garanzia, o forse è finalmente il momento di liberare l’indennità sostitutiva della mensa dall’emissione di buoni pasto (e dai suoi ingombranti intermediari), lasciandola, detassata, in busta paga, come già accade oggi, ma solo per le aziende che dimostrano di operare in un territorio privo di esercizi commerciali capaci di erogare un pasto.

Marco Barbieri

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